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EDITORIALE

Rilanciare gli investimenti su personale e territorio: gli infermieri in prima linea

di Barbara Mangiacavalli

Presidente della Federazione Nazionale dei Collegi Ipasvi

E’ ormai più che evidente che i problemi della sanità siano sempre gli stessi: poco personale per la carenza ormai dilagante legata ai blocchi di assunzioni e turn over e sul territorio cittadini che segnalano scarsa assistenza medico-infermieristica (meno di uno su tre) e lunghe liste di attesa per l’accesso alle strutture (uno su cinque), anche per i costi eccessivi della degenza (per quasi due su cinque) delle strutture residenziali come RSA e lungodegenze.

L'ultima conferma - se ce ne era bisogno - è arrivata dal XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, dal titolo “Sanità pubblica: prima scelta, ma a caro prezzo”.

Anche solo il titolo non lascia dubbi sulla gestione del sistema che non mette davvero al centro i bisogni dei cittadini, ma quelli del sistema, sempre più sottofinanziato e in sofferenza nonostante la qualità per quanto riguarda i professionisti che ne rappresentano l’anima operativa.

La notizia buona è che la malpractice per l’assistenza ospedaliera diminuisce, anche se il poco personale che c’è fa lievitare i tempi per accedere alle visite specialistiche con un valore che passa dal 34,3% del 2015 al 40,3% del 2016. Per gli interventi chirurgici va un po’ meglio: il 28,1% delle segnalazioni contro il 35,3% nel 2015, ma va ancora una volta male per le liste di attesa per gli esami diagnostici (dal 25,5% 2015 al 26,4% del 2016).

Colpa non solo di ritmi di lavoro che di umano hanno ben poco, ma anche del fatto che quasi nella totalità dei casi un infermiere deve lavorare almeno per due, vista la carenza di organici e la scarsa disponibilità organizzativa delle aziende.

I blocchi del turn over e le politiche di risparmio di spesa hanno provocato in questo senso danni all’assistenza e lo dimostra il fatto che il Pit salute ha rilevato le lamentele dei pazienti che non trovano infermieri (ma non solo) a sufficienza in ospedale per garantire servizi e assistenza di qualità e tempestiva come spesso i bisogni dei pazienti richiedono”.

La nostra professione ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. Per questo abbiamo attivato con Cittadinanzattiva l’Osservatorio civico sulla professione: siamo pronti ad affrontare le critiche se la qualità del lavoro non va - e la critica non è mai questa -, ma non possiamo caricarci di responsabilità anche quando a far girare male le cose è una organizzazione che tiene conto solo dei risparmi possibili.

La cosa più grave però è proprio la denuncia del Pit sulle dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e complesse a fronte di una rete dei servizi socio-sanitari territoriali non in grado di dare risposte alle persone in condizioni di “fragilità”, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale.

E’ proprio l’invecchiamento e la cronicità delle patologie che fanno esplodere la domanda di prestazioni infermieristiche. E gli infermieri lo sanno e sanno di dover quindi affrontare nuove sfide anche attraverso diverse impostazioni dell’organizzazione del lavoro.

Gli infermieri devono saper riconoscere oltre a quelli clinici, anche i bisogni assistenziali ed emotivi dei pazienti e delle loro famiglie, saper affrontare il dolore e la malattia e gestire il prima, il durante, ma anche il ‘dopo’, rispetto a problematiche diverse dall’assistenza in acuzie e post-acuzie. Per questo è indispensabile che gli infermieri ci siano, siano sufficienti e siano coinvolti in prima persona oltre che nell’assistenza anche nell’informazione e nell’educazione ai malati e ai ‘sani’ perché si possano prevenire le patologie”.

Ha ragione il Pit: vanno rilanciati gli investimenti sul Ssn in termini di risorse economiche, di interventi strutturali per ammodernamento tecnologico ed edilizia sanitaria e, soprattutto, sul personale sanitario.

Non si può proseguire ignorando che i problemi della sanità non sono il personale e come questo lavora. Anzi, questa è la soluzione delle soluzioni. I veri problemi sono l’indifferenza in cui si trova l’organizzazione dei servizi che è considerata sempre più ogni anno che passa una fonte possibile di risorse per un sistema che in cambio non dà ai cittadini quell’assistenza che le parole e gli atti promettono.

Il sottofinanziamento è una parola ricorrente nel Ssn. Eppure di risorse al vento ce ne sono. Come quelle della medicina difensiva. Oppure anche delle numerose ipotesi di reato contro il patrimonio che nelle aziende sanitarie la Corte dei conti elenca ogni anno. E così via per importi che sono miliardari e che, se recuperati, sarebbero se non altro sufficienti a far crescere il sistema senza tagli ulteriori.

Come infermieri stiamo cercando di dare il massimo sviluppo alla professione, dai corsi di alta professionalità alle figure di specialisti che ormai sono nella vita di tutti i giorni di molte Regioni, ma che non riescono a essere istituzionalizzati secondo la regola delle cure uguali ovunque e per tutti.

Nel Rapporto Oasi 2017 della Bocconi c’è un intero capitolo che dice in sintesi ciò che rappresenta l’evoluzione necessaria del modello di assistenza del Servizio sanitario nazionale e che si basa non su ipotesi, ma su una ricerca reale effettuata per Oasi: “La ‘questione infermieristica’ è di fondamentale importanza e da essa dipende, in larga parte, la possibilità del sistema di fare fronte alle sfide del futuro. La ricerca ci consegna la fotografia di una situazione positiva rispetto a quella che era una ‘professione ausiliaria’ qualche decennio fa, ma mostra anche come molti nodi siano ancora da sciogliere, in un complesso intreccio di elementi quantitativi e di problemi legati agli assetti organizzativi e contrattuali nei quali la professione opera”.

E allora? Come va affrontata quella che si presenta come una evoluzione naturale dell’assistenza e che invece trova per una sua ufficializzazione mille ostacoli su un percorso che a livello locale sembra ormai abbracciato dalla maggior parte delle aziende, pubbliche e private?

Oasi dice che per quanto attiene all’approfondimento specialistico nell’area professionale di riferimento, quella infermieristica appunto, l’88% delle aziende del campione individua competenze specialistiche infermieristiche distintive. In particolare, si tratta del 100% delle aziende private, contro l’85% delle aziende pubbliche e che la sua ricerca ha messo in evidenza come siano ormai diffuse nelle organizzazioni forme di specializzazione della professione infermieristica.
Nelle aziende pubbliche è consolidato un forte numero di forme di assunzione di ruoli gestionali da parte degli infermieri, segno di una disponibilità della professione a farsi carico dei nuovi fronti di responsabilità che si aprono con le riorganizzazioni che stanno caratterizzando il settore pubblico.

Ma Oasi dice anche che lo sforzo maggiore che la professione è chiamata ad affrontare riguarda l’apertura a logiche e strumenti di tipo manageriale sempre più generali e lontani dai contenuti professionali di origine. Si aprono nuove prospettive di ruolo, rispetto alle quali può essere utile cogliere per tempo quali siano le competenze da sviluppare per sostenerne l’assunzione.

Gli infermieri sono pronti a tutto questo. Ma la professione non ce la fa senza che siano consolidate le basi di un sistema ridisegnato sulla carta e penalizzato nei fatti se non dai tagli, dall’indifferenza rispetto alla sua potenzialità di crescita.
L’ho già detto più volte, ma lo ribadisco qui: gli operatori del Ssn non ce la fanno più e se nella spesa ancora ci sono rami secchi da tagliare per raggiungere un vero equilibrio senza manovre locali, i bisogni dei cittadini e il loro soddisfacimento dicono chiaramente che senza personale e senza che questo possa lavorare in modo appropriato, il Ssn resterà presto solo una questione contabile e non più di salute. Le istituzioni sono avvertite: il Ssn va rimodellato e la questione del personale affrontata senza placebi o soluzioni di facciata, ma come priorità perché senza personale e senza una nuova politica assistenziale riconosciuta a livello nazionale l’Italia rischia di restare indietro e chi vive nella nostra nazione di perdere pezzi importanti ed essenziali di un assistenza che così perde la sua qualità.

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