IPASVI / ECM / Rivista L'Infermiere / Rivista L'Infermiere N°4 - 2017 / La resilienza nella professione infermieristica: strategie per potenziarla - Rivista l'Infermiere N°4
ESPERIENZE

La resilienza nella professione infermieristica: strategie per potenziarla

di Andreina Zavaglio (1), Irene Corniati (2)

(1) Tutor CdL in Infermieristica, sede Novara - Università del Piemonte Orientale
(2) Infermiera, Ospedale degli Infermi, Azienda Sanitaria Locale di Biella - Biella

Corrispondenza: andreina.zavaglio@med.uniupo.it

La storia dell’umanità è costellata di esempi di persone che, nonostante condizioni e situazioni di vita altamente sfavorevoli, sono riuscite a resistere, a far fronte e a trasformare un evento critico destabilizzante in motore di ricerca personale. La possibilità di trasformare un evento doloroso, o più semplicemente stressante, in un percorso di apprendimento e di crescita, incontra il tema della resilienza (Cyrulnik, Malaguti, 2005).

Etimologicamente il termine resilienza deriva dal latino resilĭens-ĕntis, che significa rimbalzare. Il significato, pertanto, conduce principalmente a due accezioni: proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi; capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, ad avversità e a eventi negativi. La resilienza è un fenomeno misurabile in fisica, ovvero l’attitudine di un corpo a resistere senza rotture in seguito a sollecitazioni esterne brusche o durature di tipo meccanico. Molteplici discipline utilizzano il termine resilienza: la biologia la definisce come la capacità di auto-ripararsi dopo un danno, mentre in ecologia si riferisce al fatto che tanto più un ecosistema è dotato di variabilità dei fattori ambientali, tanto più le specie che vi appartengono sono dotate di un’alta resilienza. Nel linguaggio informatico la resilienza di un sistema operativo è rappresentata dalla sua capacità di adattamento alle condizioni d’uso e di resistenza all’usura.

Il termine, traslato dalla fisica, dalla biologia e dall’informatica viene utilizzato dalla psicologia e dalla sociologia per indicare la capacità di un individuo di resistere agli urti della vita senza spezzarsi o incrinarsi, mantenendo e potenziando le proprie risorse sul piano personale e sociale (Cresti, 2017); le neuroscienze infine, pongono il focus sulla funzione plastica del cervello, capace di sostenere il soggetto traumatizzato grazie alla riattivazione funzionale di circuiti neuronali del benessere (LeDoux, 2014).

Nell’ultimo ventennio sono state molteplici le pubblicazioni di articoli inerenti la resilienza in ambito infermieristico. La sensibilità in questo ambito è stata rafforzata da molteplici variabili che incidono nei contesti lavorativi, in questi ultimi anni, quali la riduzione delle dotazioni organiche, l’elevato turnover del personale, la tensione alla produttività, il rapporto tra costi e qualità della cura alla persona assistita, il contatto con la sofferenza e la morte, che influiscono sfavorevolmente sugli infermieri.

Alcune ricerche rivelano negli infermieri che lavorano in oncologia casi sia di soddisfazione, sia di elevati livelli di esaurimento emotivo, sentimenti di depersonalizzazione, sensazione di non essere supportati dall’ambiente lavorativo e intenzione di lasciare il posto di lavoro (Grafton et al., 2010).

Allo stesso modo gli infermieri di terapia intensiva spesso lasciano la loro professione a causa dello stress, dell’alta mortalità e morbilità dei pazienti, di dilemmi etici che quotidianamente si trovano ad affrontare; gli infermieri di queste realtà a volte manifestano disordini psicologici come ansia, depressione, burnout e disordini post traumatici (Mealer et al., 2014).

I ricercatori hanno identificato lo stress negli ambienti di lavoro e la qualità degli stessi come fattori che contribuiscono significativamente alla riduzione della soddisfazione lavorativa del personale con conseguente accentuazione del turnover.

L’obiettivo di questo lavoro è quello di approfondire, attraverso la letteratura, il concetto di resilienza nella professione infermieristica e di individuare le strategie utilizzate dagli infermieri per svilupparla e/o potenziarla.

La resilienza negli infermieri
E’ stata condotta una ricerca bibliografica di background attraverso Google Scholar e Google Libri, a cui ha fatto seguito una ricerca di foreground sulle banche dati PubMed, Cochrane Library, che ha consentito di individuare la letteratura pertinente. Le parole chiave utilizzate sono: resilience, nurses, grow, develop, increase, strength, enhance. Non sono stati presi in considerazione gli articoli che non erano pertinenti con il quesito di ricerca, articoli non disponibili in full text e gli articoli non in lingua inglese.

Si è ritenuto necessario procedere approfondendo dapprima il concetto di resilienza, esaminandolo successivamente come tratto di personalità o processo dinamico, individuando in seguito le caratteristiche principali degli infermieri resilienti e, infine, le strategie di potenziamento della stessa da questi adottate. Per quanto riguarda il concetto di resilienza, le caratteristiche principali degli infermieri resilienti e le strategie di potenziamento, sono stati utilizzati filtri di ricerca che hanno consentito di trovare articoli recenti (massimo 5 anni); rispetto alla resilienza come tratto di personalità o processo dinamico, si è reso opportuno impostare filtri di tempo più ampi.

La parola resilienza è stata usata a partire dall’anno 1626. Tuttavia, in letteratura non è tuttora presente una chiara e univoca definizione. Tra quelle più recenti, riferite alla resilienza come caratteristica personale, troviamo quella elaborata da Richardson (2002) e ripresa da Jackson nel 2007, che definisce la resilienza come l’abilità di far fronte e di recuperare uno stress trasformandolo in esperienza positiva di apprendimento (Grafton et al., 2010). Nel 2004 Tusaie & Dyer individuarono la resilienza personale come una combinazione di abilità e caratteristiche che interagiscono in modo dinamico per permettere a un individuo di “rimbalzare in avanti” e di far fronte a difficoltà significative. Infine, nel 2007, Jackson, Firko e Edenborough definirono la resilienza come un requisito appartenente alla persona, inteso come l’abilità di adattarsi di fronte alle avversità mantenendo un equilibrio e un senso di controllo sul contesto e orientandosi in modo positivo.
E’ importante sottolineare che c’è una sostanziale differenza tra l’essere forti nelle avversità e dimostrare di essere resilienti: essere forti significa semplicemente che si può sopportare e superare una situazione difficile, mentre essere resilienti significa capitalizzare quella forza con il vantaggio di imparare lezioni di vita durante le avversità. Questo consente a una persona di sperimentare le sfide future con nuove intuizioni (Moran, 2012).

Resilienza: tratto di personalità o processo dinamico?
Nell’ambito degli studi inerenti la resilienza, è da tempo in atto un acceso dibattito che considera la resilienza da due punti di vista: come un tratto di personalità, fisso, stabile nel tempo e, quindi, misurabile, o come un processo dinamico che varia in differenti contesti (Connor, Davidson, 2003).

La resilienza come tratto è stata definita da Wagnild e Young (1993) come una caratteristica personale che modera gli effetti negativi dello stress e promuove l’adattamento.

La resilienza come processo, invece, è stata definita non solo come un insieme di caratteristiche possedute da un individuo, ma come un processo dinamico usato dagli individui per utilizzare le risorse utili a far fronte alle difficoltà e quindi in grado di essere insegnate e acquisite (Grafton et al., 2010).

La resilienza viene vista come un processo dinamico che varia in differenti contesti. Richardson cerca di superare questa contrapposizione rileggendo le due diverse posizioni come due fasi all’interno dell’evoluzione degli studi sulla resilienza. Egli sostiene che le qualità resilienti sono presenti in misura diversa in ognuno di noi fin dalla nascita, ma allo stesso tempo possono essere potenziate in modo diverso durante l’arco della vita. Si evince, pertanto, che la resilienza avrebbe una doppia natura: di tratto e di processo (Richardson, 2002). Le persone non nascono resilienti, ma in presenza di avversità lo possono diventare come risultato della contrapposizione tra fattori di rischio e fattori di protezione.

Per fattori di rischio si intendono fattori:

  • biologici;
  • psicologici;
  • ambientali;
  • socio economici.


Non vi sono solo fattori innati, ma anche costruiti durante il percorso di vita. È possibile declinarli in:

  • fattori di rischio individuali (es. bassa autostima, isolamento sociale, aspettative inadeguate);
  • fattori di rischio familiari (es. forti dissidi familiari, assenza del padre, abusi);
  • fattori di rischio a livello di comunità (es. povertà) (Batten e Russell, 1995).


I fattori di protezione possono essere considerati l’esatto opposto dei fattori di rischio e giocano un ruolo fondamentale nel contrastare gli effetti negativi delle circostanze di vita avverse, favorendo un adattamento positivo e potenziando la resilienza (McAllister, 2013).

Caratteristiche degli infermieri resilienti
In letteratura si rilevano diverse caratteristiche e abilità di coping presenti negli infermieri con un alto livello di resilienza, i quali lavorano con successo in un ambiente carico di tensione e caratterizzato da forte stress.

In uno studio vengono identificate le principali caratteristiche dell’infermiere resiliente: forza, auto-efficacia, ottimismo, pazienza, tolleranza, fede, adattabilità, autostima e humor (Grafton et al., 2010).

In uno studio più recente si evince che una persona può assimilare e recuperare un danno psicologico causato da eventi avversi utilizzando attributi quali: resistenza, prospettiva positiva, intelligenza emotiva e senso di coerenza (McDonald et al., 2015).

Secondo Mealer et al. (2012), le caratteristiche psicologiche presenti negli infermieri con un alto livello di resilienza sono: ottimismo, abilità di coping, relazioni interpersonali positive e flessibilità cognitiva.

Infine, nel 2015 vengono identificate le seguenti caratteristiche: pensiero positivo, flessibilità di pensiero, responsabilità e capacità di separazione della vita lavorativa dalla vita privata (Miyoung e Winsor, 2015).

Strategie per aumentare la resilienza
Le strategie riportate in letteratura al fine di sostenere e potenziare la resilienza sono molteplici. Hilton (2004) afferma che, per gli infermieri, la possibilità di poter avere un counselor, che attraverso momenti di debriefing stimoli la riflessione dopo eventi critici, fornisce loro un importante sostegno, in modo particolare durante i periodi di forte stress. Inoltre, egli afferma che lo spazio ambientale potrebbe essere di aiuto in termini di luogo all’interno dell’ambiente lavorativo che consenta agli infermieri di estraniarsi dalla routine per recuperare uno spazio di tranquillità e serenità. Queste strategie supportano il benessere lavorativo, l’autocura, la crescita personale e contribuiscono al potenziamento della resilienza (Grafton et al., 2010).

In uno studio pubblicato nel 2013 si afferma che l’intuizione, definita come una chiara percezione di sé stessi e delle circostanze, contribuisce allo sviluppo della riflessione. Riflettere sull’esperienza permette agli infermieri di riconoscere che cosa hanno imparato dagli altri, dall’ambiente e da loro stessi, sviluppando così un’importante strategia utile al potenziamento della resilienza. Viene inoltre sottolineata l’importanza del confronto tra colleghi circa le situazioni da affrontare come supporto nelle difficoltà (Zander et al., 2013).

Nel 2013 un altro studio sostiene che la resilienza può essere potenziata attraverso la mindfulness, una forma di ‘allenamento mentale’ che permette di partecipare alle esperienze senza essere coinvolti emotivamente; questo atteggiamento mentale aiuta la persona a coltivare un pensiero chiaro, trasparente ed equanime, consentendole di sviluppare un senso di equilibrio emotivo che determina benessere. Attraverso la pratica della mindfulness i pensieri negativi, che a loro volta inducono comportamenti negativi, possono essere identificati dando spazio a nuove e creative vie di risposta positive (Fortney et al., 2013).

Mealer (2014) afferma che è possibile migliorare la resilienza attraverso un programma di intervento mirato che, per mezzo di sessioni di scrittura riflessiva guidata da esperti, sessioni di meditazione, esercizio fisico aerobico e colloqui personali con counselor, improntati su argomenti quali il senso di inadeguatezza e i conflitti, promuove le strategie di coping individuali e al tempo stesso incrementa la flessibilità cognitiva, che risultano essere due caratteristiche essenziali per lo sviluppo della resilienza.

Infine McDonald (2015) individua tre aspetti che rivelano come gli infermieri affrontino con diverse strategie le avversità dell’ambiente lavorativo. Le tre aree individuate sono: il supporto delle reti sociali, le caratteristiche personali e l’organizzazione del lavoro. Il supporto delle reti sociali, ovvero il sostegno tra colleghi di lavoro, risulta essere una essenziale ed effettiva forma di protezione dagli eventi avversi lavorativi. Tra colleghi, nel corso degli anni, si costruiscono relazioni di reciproco aiuto attraverso la condivisione di esperienze analoghe che consentono di affrontare le sfide lavorative quotidiane in modo positivo. Viene evidenziata, inoltre, l’importanza del sostegno esterno rappresentato dalle buone relazioni familiari, di amicizia e sentimentali, in quanto favoriscono l’autostima e accrescono la sicurezza emotiva personale.

Le caratteristiche personali, ovvero, il credere in sé stessi e nelle proprie abilità, aiuta a perseverare di fronte alle avversità determinate dall’ambiente lavorativo. Alimentare la propria autocura con attività di svago (es. yoga, musica, lettura, giardinaggio, danza) e la propria motivazione attraverso l’individuazione di modelli di comportamento positivi aumenta la propria autostima. L’organizzazione del lavoro, ovvero il trovare un proprio spazio di autonomia all’interno del proprio ruolo nell’organizzazione, aiuta a far fronte alle difficoltà lavorative.

Discussione
Dalla letteratura si evince un’attenzione crescente rispetto al fenomeno della resilienza, che trova riscontro in vari fenomeni:

  • da una ricerca condotta in PubMed e Cinahl su riviste infermieristiche si evidenzia che la resilience è stato oggetto del 22% delle pubblicazioni datate 2011 – 2012: sono stati reperiti ben 199 articoli;
  • la North American Nursing Diagnosis Association nel 2009 ha inserito la resilienza tra le diagnosi infermieristiche del gruppo “Integrità dell’Io”, intesa come la capacità di sviluppare e utilizzare le competenze e comportamenti per integrare e gestire esperienze di vita. (Limardi et al., 2013).


Agli infermieri, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, quotidianamente viene richiesto di garantire alti livelli di prestazioni sanitarie in contesti lavorativi in cui le risorse, umane e strumentali, sono limitate (Gelling, 2014). Pertanto il termine resilienza viene considerato con crescente interesse, come strumento essenziale al fine di affrontare al meglio la propria attività.

Dalla ricerca si rileva che le qualità resilienti sono presenti in misura diversa negli individui fin dalla nascita, ma allo stesso tempo possono essere potenziate in modo diverso durante l’arco della vita. Si evince pertanto, che la resilienza avrebbe una doppia natura: di tratto, ossia insieme di caratteristiche personali definibili anche come doti innate (Wagnild 1993), e di processo, ossia l’insieme delle risorse utili a far fronte alle difficoltà che possono essere potenziate durante la vita (Grafton et al., 2010).

Nell’attuale contesto sanitario italiano, caratterizzato spesso da stress, turnover e riduzione della soddisfazione lavorativa, diventa essenziale individuare strategie per aiutare gli infermieri a potenziare la propria resilienza. Le strutture organizzative dovrebbero fornire agli infermieri la possibilità:

  • di uno spazio ambientale utile per riflettere sulle esperienze vissute nei contesti di lavoro con i colleghi;
  • di sessioni di scrittura riflessiva guidata da esperti;
  • di sessioni di meditazione che stimolino il controllo della mente con lo scopo di favorire la conduzione dell’evento stressante;
  • di colloqui personali improntati su argomenti quali il senso di inadeguatezza e i conflitti.


Tutto questo promuove le strategie di coping individuali e al tempo stesso incrementa la flessibilità cognitiva, che risultano essere due caratteristiche essenziali per lo sviluppo della resilienza.

Un obiettivo importante del sistema sanitario italiano è quello di valorizzare la qualità delle cure erogate ai cittadini; al fine di poter perseguire tale obiettivo, non è sufficiente prendere in considerazione solo la professionalità degli infermieri, bensì diviene fondamentale occuparsi anche del loro benessere psicofisico.

Conclusioni
Alla luce di quanto emerso dalla revisione, è possibile affermare che gli individui non nascono resilienti, bensì dotati di qualità che, se adeguatamente sviluppate e potenziate, rendono la persona un individuo resiliente.

Dal momento in cui la resilienza può essere sviluppata attraverso determinate strategie, diventa rilevante per gli infermieri esserne consapevoli e adottarle. Nei contesti sanitari attuali, caratterizzati da sempre maggior stress, riduzione della soddisfazione lavorativa e turnover, la resilienza diventa un’importante caratteristica personale da coltivare.

Hodges (2005) teorizza che il futuro dell’infermieristica richieda una preparazione professionale che enfatizzi un pensiero innovativo, flessibile e riflessivo, dove siano trattate la resilienza e la resistenza professionale, per meglio preparare gli infermieri alle realtà dell’ambiente lavorativo (Grafton et al., 2010). In altre parole, si riscontra la necessità di introdurre fin dalla formazione di base interventi di sviluppo della resilienza personale, attraverso la condivisione tra docenti e tutor del Corso di Laurea in Infermieristica di obiettivi comuni, che possano potenziare strategie interpersonali e psicosociali che aiutino gli studenti in una transizione di successo verso le sfide e le pressioni del mondo del lavoro, incoraggiando il loro attivismo sociale per portare alla creazione di un ambiente di lavoro più comprensivo, accogliente e solidale. Il precorso di apprendimento non dovrebbe focalizzarsi esclusivamente sull’apprendimento di nozioni scientifiche e abilità tecniche: dovrebbe essere più ampio, includendo anche quelle competenze sociali ed emotive fondamentali per un approccio positivo a situazioni difficili.

Inoltre, diviene necessario anche per gli infermieri avviare interventi di sviluppo della resilienza personale come risorsa da acquisire nelle occasioni di apprendimento post-base e aggiornamento continuo, al fine di migliorare le risorse emotive di coping.

Se a quanto sopra descritto si aggiunge che ciascun professionista sanitario è chiamato, dalle norme deontologiche che ne regolano l’operare, a impegnarsi nell’apprendimento continuo e allo sviluppo delle competenze, diviene fondamentale per il professionista rendersi consapevole del proprio bisogno formativo ed esplicitarlo, affinché possano essere attivati percorsi formativi ad hoc che vedano l’infermiere come risorsa attiva nella progettazione, promozione e svolgimento di attività di formazione.
 

BIBLIOGRAFIA

- Batten M, Russell J (1995). Students at risk: a review of Australian literature. Australian Council of educational research, 1995: 1980-94.
- Connor K, Davidson MD (2003). Development of a new resilience scale: the Connor-Davidson Resilience Scale (CD-RISC). Depression and Anxiety, 18: 76-82.
- Cyrulnik B, Malaguti E (2005). Costruire la resilienza. Trento: Centro Studi Erickson.
- Fortney L, Luchterhand C, Zakletskaia L, Zgierska A, Rakel D (2013). Abbreviated Mindfulness intervention for job satisfaction, quality of life and compassion in primary care clinicians: a pilot study. Ann Fam Med, 11: 412-2.
- Cresti S. L’elasticità di resilienza. http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/l-elasticit-resilienza/ u.c. 2.01.2017.
- Gelling L (2014). An insight into nursing today. Nurse Researcher, 4:5.
- Grafton E, Gillespie B, Henderson S (2010). Resilience: the power within. Oncol Nurs Forum, 37: 698-705.
- LeDoux E (2014). Coming to terms with fear. Proc Natl Acad Sci U S A, 111: 2871-8.
- Limardi S, Alvaro R, Rocco G, Stievano A, Vellone E, De Marinis MG (2013). Il concetto di resilienza nel contesto infermieristico. L’infermiere nr. 4:16.
- Mealer M, Jones J, Moss M (2012). A qualitative study of resilience and posttraumatic stress disorder in United States ICU nurses. Intensive Care Med, 38: 1445-51.
- Mealer M, Conrad D, Evans J, Jooste K, Solyntjes J, Rothbaum B, Moss M (2014). Feasibility and acceptability of a resilience training program for intensive care unit nurses. Am J Crit Care, 23: 97-105.
- McAllister M (2013). Resilience: a personal attribute, social process and key professional resource for the enhancement of the role. Prof Inferm, 60: 55-62.
- McDonald G, Jackson D, Vickers MH, Wilkes L (2015). Surviving workplace adversity: a qualitative study of nurses and midwives and their strategies to increase personal resilience. J Nurs Manag, 1-9.
- Miyoung K, Winsor C (2015). Resilience and work-life balance in first-line nurse manager. Asian Nurs Res, 9: 21-7.
- Moran R (2012). Retention of new graduate nurses. J Nurses Staff Dev, 28: 270-3.
- Richardson GE (2002). The metatheory of resilience and resiliency. J Clinical Psychol, 58: 307-21.
- Wanild GM, Young HM (1993). Development and psychometric evaluation of the resilience scale. J Nurs Meas, 1: 165-78.
- Zander M, Hutton A, King L (2013). Exploring resilience in paediatric oncology nursing staff. Collegian, 20: 17-25.

Stampa
Condividi su: