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SCAFFALE

La violenza sulle donne e sui minori - Una guida per chi lavora sul campo



Patrizia Romito, Natalina Folla e Mauro Melato (a cura di)
Editore: Carocci Faber/I Manuali, 2017
pagine 320, euro 32,00

La Violenza sulle donne e sui minori - Una guida per chi lavora sul campoL’aver subito un qualche tipo di violenza per motivi riferiti al proprio genere deve essere considerato un problema di salute. Per l’OMS è proprio una questione di salute pubblica, poiché sia le cause sia l’impatto sulla società sono trasversali, così come le soluzioni. La prevalenza è maggiore per le donne, poi i minori, le persone anziane, quelle disabili e, molto più raramente, gli uomini. Per la gestione degli effetti della violenza sulla salute la pluralità di interventi deve realizzarsi in un’ottica di sistema e non di singolo individuo. Tutto ciò richiama la definizione di salute bio-psico-sociale e l’approccio olistico ben noti alla professione infermieristica che su questo ambito, insieme ad altre figure, è tenuta ad attivarsi. In effetti, nelle varie fasi di contatto tra la persona che ha subito violenza e i servizi di tutela socio-sanitaria, gli infermieri e le infermiere (quest’ultime il 70% della professione) sono coloro che più di altri potrebbero fare la differenza, per numerosità e capillarità di presenza nel sistema sanitario.

Il libro parte dalla constatazione che, pur essendosi accresciuta la visibilità del fenomeno, vi sia ancora bisogno di una presa di coscienza da parte dei vari attori coinvolti. Come recita il titolo della Prefazione, «La violenza c’è, occorre vederla». La materia è complessa e il progetto editoriale parte dal punto di vista giudiziario per poi trattare temi specifici quali: bambini e adolescenti vittime di violenza, quest’ultimi anche in riferimento al bullismo omofobico; donne; altri soggetti quali persone con disabilità, donne anziane, uomini adulti o ragazzi vittime di violenza sessuale; le molestie sul luogo di lavoro e di studio; la prostituzione.

Considerando lo spazio dato alle questioni giudiziarie emerge nella visione dell’intero progetto editoriale un collegamento importante tra salute individuale e giustizia. Il campo di bisogni di salute determinato dalla violenza di genere investe anche la salute come bene giuridico violato: da questa rappresentazione, l’amministrazione della giustizia è evocata come uno degli strumenti principali per tutelare la salute. Gli operatori sanitari sono chiamati in causa nel loro ruolo di pubblici ufficiali o di incaricati di pubblico servizio nelle fasi cruciali di identificazione del soggetto come vittima di un reato. Bisogna esercitare il proprio ruolo con senso di responsabilità e competenza nelle varie funzioni che durante la presa in carico si possono realizzare - raccolta di campioni, anamnesi, riabilitazione - consapevoli del complicato «labirinto giudiziale» (pag. 34) in cui la vittima – ma anche i figli nel caso di una madre vittima di violenza - e i tutori della legge si dovranno muovere. Ci si muove in un «panorama organizzativo estremamente disomogeneo» (pag. 236) degli uffici giudiziari così come rappresentato dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura ancora nel 2014.

L’altra dimensione centrale nel volume è quella psicologica: essere vittima di violenza di genere è paragonato alla prigionia in un lager, ma la ribellione è resa difficile e straziante dalla presenza di una relazione affettiva con la persona che esercita l’abuso e con gli eventuali minori implicati. Nella relazione abusiva, spiega ancora il testo, vengono messe in atto dinamiche di oppressione psicologica finalizzate al controllo e al dominio delle persone, che scavano nella psicologia della vittima lasciando cicatrici difficili da riparare. Ciò accade in misura maggiore se le violenza sono state prodotte all’interno di un rapporto intimo. La vittima è quindi un soggetto traumatizzato, che manifesta un insieme complesso di sintomi psichiatrici e psicologici, nei confronti dei quali il professionista si deve attivare sia in una fase iniziale di identificazione – anche al di là della capacità di manifestare il bisogno da parte della vittima – sia nei percorsi di uscita dal disagio, ad esempio riconoscendo e supportando le strategie di fronteggiamento messe in atto dalle vittime. I vari contributi presenti nel libro esplorano anche le conseguenze sulla salute mentale e illustrano alcune tipologie di percorsi e di servizi di presa in carico, di terapia e di cura.

È interessante sottolineare alcune proposte del volume che sono parse particolarmente originali a chi scrive. In caso di violenza in famiglia, e quindi della tutela dei minori dalla violenza diretta o assistita, il libro offre degli spunti interessanti sulla questione dell’affidamento condiviso dei figli, soprattutto alla luce delle riforme avvenute al codice civile. Inoltre, un capitolo intero è dedicato al tema della Sindrome di Alienazione Parentale – SAP che, spiegano le autrici del contributo, «non è una vera sindrome» (pag. 225) ma un termine diventato di uso comune, anche grazie all’utilizzo disinvolto durante alcuni processi, anche italiani. Secondo il suo inventore Gardner, la SAP sarebbe «una grave patologia psichiatrica, indotta dalla madre nel bambino per soddisfare i propri bisogni» in base alla quale il minore sarebbe indotto a rifiutare «di stare con un genitore (di solito il padre), dicendo che ne ha paura, che non sta bene con lui o, in alcuni casi, riportando abusi sessuali» (ibidem). Bisogna però considerare che la SAP è stata classificata nel documento dell’ONU Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna come una «dubbia teoria» (pag. 226). Sempre nell’ambito degli adolescenti, il testo prende in esame il fenomeno del bullismo adolescenziale di tipo omofobico, un «fenomeno complesso, alimentato dal pregiudizio sessuale nei confronti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) o presunte tali» (pag. 124).

Un’altra sezione che si vuole mettere qui in luce è quella che ha come titolo «Altri soggetti, stesse violenze?» che entra nello specifico di altre tipologie del fenomeno: disabilità; anzianità; violenza contro gli uomini; violenze nei luoghi di lavoro e di studio; prostituzione. È importante ad esempio far collidere il concetto di genere con quello di disabilità perché invece «il genere, che costituisce – nel bene e nel male – l’elemento fondante delle culture e delle società, è eclissato nel mondo delle disabilità» (pag. 249). Un altro soggetto forse imprevisto di violenze e abusi, anche sessuali, è la donna anziana, con modalità che possono essere individuali, istituzionali e collettive ma ancora difficili da quantificare (pag. 255). Il volume dà spazio anche ad una categorie di vittime di cui si parla poco: il ragazzo e l’uomo come vittime di violenze sessuali, attuate in vari contesti (famiglia, scuola, locali pubblici, ambienti sportivi e militari, carcere, etc.). Le denunce sono molto limitate: «denunciare un abuso sessuale è sempre doloroso e difficile per le vittime» poiché nel caso dell’uomo «accanto alla paura, alla vergogna, alla sofferenza» (pag. 261) emerge anche la paura per la perdita della propria mascolinità.

Un intero capitolo è dedicato alla violenza nei luogo di lavoro e di studio. Dal punto di vista infermieristico è importante approfittarne per riflettere su come l’ambiente sanitario sia per gran parte femminile. Forse è giunto il momento di superare il concetto che ha reso invisibili le molestie sessuali nei luoghi di lavoro e di studio vissuti da noi donne e uomini infermieri (e prima ancora studenti e studentesse), perché «considerate talmente “normali” da passare inosservate» (pag. 267).

Sin dalla Prefazione, è ben rappresentata la questione della mancanza di dialogo e di reciproco riconoscimento tra i vari mondi professionali così come la necessità di una maggiore integrazione e di «progetti di intervento, tradotti in protocolli o modelli di intesa, qualificati da una filosofia della trasversalità multidisciplinare e interistituzionale della presa in carico della vicenda personale» (pag. 233). Nel tentativo - anche riuscito - di permettere un confronto culturale tra diversi esperti ed esperte del settore, ognuno con il suo peculiare approccio e metodologia, la scelta dei curatori ha individuato svariate professioni: scienze sociali e psicologiche; magistrati, avvocati e Forze dell’ordine; medici di medicina generale, ginecologi, pediatri, etc. Eppure una critica importante da rivolgere al libro è che, pur trovando in Bibliografia Jacquelyn Campbell, infermiera e professoressa della John Hopkins University di Baltimora (USA), tra i 45 autori e autrici dei contributi non appaia nessun rappresentante della professione infermieristica e vi è quindi da registrare che il personale infermieristico non sia stato individuato come voce “esperta” da aggiungere alle altre.

Ciò nondimeno, il libro rappresenta sicuramente un utile aggiornamento per le tante colleghe e colleghi infermieri che operano nei servizi implicati in questo ambito. Forse però è tempo di rafforzare l’autorevolezza infermieristica sul tema, con gli strumenti scientifici della professione. Ad esempio vi è da dirimere un tema che emerge spesso nel volume: dobbiamo o no chiedere alla donna che si presenta ai nostri servizi se è (o se è stata) vittima di violenza o dobbiamo aspettare che ne parli prima lei o che ve ne siano evidenti segni e sintomi? La questione, che dovrebbe essere materia di ricerca scientifica in Italia così come lo è stata all’estero, non ha ancora una risposta definitiva e ci lascia, come tanti casi della nostra vita professionale, alle prese con un importante dilemma.


Massimo M. Greco
Coordinatore Servizio Prevenzione e Protezione
Fondazione Policlinico Tor Vergata - Roma

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