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SCAFFALE

Lacrime di sale



Pietro Bartolo e Lidia Tilotta
Mondadori/Strade Blu, 2016
pagine 156, euro 17,00

Lacrime di saleSi ringrazia per il contributo dato a questa recensione, un medico con esperienza nell’attività di soccorso ai migranti.

“Respiro a fatica per la stanchezza. Ho la nausea, una sensazione di oppressione al petto. Non ce la faccio più. Mi metterei ad urlare. Puoi cercare quanto vuoi di tenere addosso la corazza che ti consente di andare avanti, ma la tua anima viene comunque travolta, inevitabilmente. E’ come se fossimo in guerra. Una guerra che non abbiamo scelto noi di combattere e che stiamo affrontando ad armi impari. Che ci consegna ogni giorno decine di feriti. E non possiamo fare altro che stare in trincea, nel senso più letterale del termine.” (pag. 117).
La cruenza e allo stesso tempo la semplicità delle parole del dottor Bartolo nel suo libro “Lacrime di sale” permettono di “vivere” o “rivivere”, per chi come me e tutti coloro i quali hanno avuto occasione di prendere parte a tale “guerra”, cioè alle operazioni di recupero e soccorso per mare o per terra, certe emozioni che restano indelebili nel cuore.
Tra le pagine del libro emerge tutto il dramma umanitario che da anni e anni ormai imperversa nel Mar Mediterraneo ed, in particolare, nel Canale di Sicilia.
Siriani, palestinesi, eritrei, somali, ghanesi, nigeriani, maghrebini e tantissimi altri popoli che fuggono dalla povertà, dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione o semplicemente che vogliono migliorare la propria vita, magari col sogno di studiare o di trovare un lavoro dignitoso che permetta di aiutare anche i propri cari rimasti nelle terre di origine.
Gente che mette a repentaglio la propria vita abbandonando tutto, portando con sé nella migliore delle ipotesi una borsa o una piccolissima valigia, affrontando violenze fisiche e mentali, rischiando, infine, il tutto per tutto con l’ultima sfida: attraversare le acque del Mar Mediterraneo che da millenni tengono uniti popoli e storie.
Il dottor Bartolo, autore, insieme alla giornalista Lidia Tilotta, e protagonista di questo racconto umano e professionale, conosce bene il volto poliedrico del mare tramandatogli dal durissimo lavoro di generazioni di pescatori della sua famiglia. Il libro è l’occasione per ripercorrere la sua vita legata indissolubilmente a questo elemento naturale e a Lampedusa: gli studi sorretti e incoraggiati a fronte di enormi sacrifici suoi e della sua famiglia di pescatori che tuttavia, lo portano inevitabilmente lontano dalla propria isola, e poi il ritorno da giovane ginecologo accompagnato dalla moglie e dalla figlia. Con sé, però, porta anche uno spirito nuovo su quella piccola isola immersa nel Mediterraneo, uno spirito di innovazione meditato in quegli anni di lontananza e che ancora una volta dimostra il suo attaccamento alla terra d’origine. Lampedusa aveva un’organizzazione sanitaria non più all’altezza dei tempi, erano gli anni ’90, e il dottor Bartolo la prende per mano e la fa diventare un luogo capace non solo di curare ma anche di accogliere e intervenire nelle emergenze. Con grande lungimiranza, riesce a far implementare il servizio di elisoccorso, garantendo così agli isolani tempi ragionevoli di trasporto verso strutture sanitarie più attrezzate. E come lui stesso scrive, gli “è venuto da sorridere quando vent’anni dopo, gli è toccato salire in elicottero per essere trasferito in ospedale.” (pag. 9). E proprio in quella difficilissima situazione di salute personale, trova la forza di superare tutto proprio “dagli uomini, dalle donne, dai bambini che hanno cercato e cercano le nostre braccia, che invocano aiuto con grande forza e dignità.” (pag. 9).
Il dottor Bartolo, infatti, nel tempo diventa protagonista di un altro fenomeno che inesorabilmente interesserà sempre di più la vita di Lampedusa prima e di tutta l’Italia poi: la migrazione di una umanità in fuga da situazioni per noi ancora oggi inimmaginabili.
Allora lentamente ma in maniera ineluttabile, la vita professionale e quella personale del dottor Bartolo si intrecciano con quella dei migranti che, una volta approdati sull’isola, vengono sia accolti che curati, ma soprattutto ascoltati dal dottor Bartolo prima come Uomo e Padre di famiglia, poi come Medico.
Dopo più di venti anni di racconti ed emozioni, nasce questo libro che, con la maniera semplice e diretta che caratterizza la gente di mare, riporta in ogni capitolo un’esperienza. E le esperienze vanno raccontate così come sono, vere e a volte anche crudeli, senza fronzoli. Sono le esperienze che lo hanno formato appunto dal punto di vista umano e professionale rendendolo quello che è ora. Sono quelle esperienze che guardiamo al telegiornale come vicende lontane e a cui non diamo peso nonostante da anni accadono sul nostro uscio di casa finchè non si ha l’occasione di prendere parte a tale “guerra”.
In ogni capitolo, una vicenda diversa. Il dottor Bartolo affronta la tematica dell’orrore degli stupri di massa, attraverso prima il racconto di una ragazza depressa che, dopo diversi tentativi di suicidio, una volta giunta a Lampedusa, chiede di abortire per dimenticare il male subito. Un’altra ragazza, credendo erroneamente di essere incinta, porta allo scoperto una abominevole pratica che prevede la somministrazione di potenti terapie ormonali per provocare lunghi periodi di amenorrea rendendo così queste indifese giovani donne più appetibili nello spregevole mercato della prostituzione nei paesi occidentali.
Il desiderio di non separarsi dai propri cari a tutti i costi, come quello descritto nel capitolo dedicato ad una donna in travaglio che tenacemente non si lascia elitrasportare in Sicilia finché non ottiene che tutta la sua famiglia sia trasportata con lei in aereo; l’attaccamento di due fratelli di cui uno invalido, lungo tutto questo viaggio insieme, ma anche il legame con i piccoli amici animali, ricordi del proprio passato e di una normalità ormai abbandonata, accuditi e protetti come i più grandi tesori, nonostante tutto.
Tra tutti questi racconti di vita, colpiscono in particolare quello del naufragio del 3 ottobre 2013, ma ancor di più lo straziante ritrovamento dei cadaveri di alcuni giovani trovati nella stiva di un barcone con i loro corpi nudi e le loro mani graffiate e fratturate che fino alla fine avevano lottato per la sopravvivenza.
Strazianti sono anche i racconti legati ai bambini, figli di un mondo in guerra e poco accogliente che sempre più spesso sono costretti a viaggiare da soli o accompagnati da sconosciuti con cui hanno condiviso le difficoltà del viaggio, un viaggio che a volte rende orfani. Nei confronti di alcuni di loro, il dottor Bartolo vorrebbe fare molto di più, vorrebbe accoglierli nella sua famiglia, scontrandosi tuttavia con un’altra nemica, la burocrazia.
Leggendo il libro “Lacrime di sale”, molti degli operatori sul campo potrebbero rivivere le proprie esperienze. Diversi i numeri delle persone soccorse e diversi i luoghi degli interventi ma sicuramente sono tutti accomunati da profondi sentimenti e motivazioni per l’attività svolta. Inoltre, nel libro sono descritte, una frequenza, complessità e diversità delle situazioni cliniche, nonché umane, nelle quali intervenire con immediatezza e competenza, che confermano questo approccio collettivo, un team medico e infermieristico efficace, una popolazione locale generosa, una rete di istituzioni (Marina, Guardia di Finanza, etc.) che fanno fronte come possono a questa emergenza umanitaria.
L’umanità espressa, la semplicità dei personaggi e al tempo stesso la complessità delle loro storie proiettano una fotografia realistica e commovente di un fenomeno di dimensioni che stentiamo a valutare; fenomeno che ha origine in un passato saturo di problemi e che attraverso un presente pieno di ambiguità e di continue tragedie si proietta in un futuro che tutti ci auspichiamo sia migliore e privo di tali atrocità soprattutto per i bambini i cui occhi sono pieni della stessa voglia di vivere e della speranza di essere felici dei nostri figli.


A cura della Redazione

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