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EDITORIALE

Infermieri, cantiere aperto sulla formazione

di Barbara Mangiacavalli

Presidente della Federazione Nazionale dei Collegi Ipasvi

La formazione è un tassello importante della professione infermieristica, ne rappresenta la base e la prima potenzialità di sviluppo.

E sono oltre venti anni che la formazione di base degli infermieri avviene solo nelle Università, anche se è dagli anni 60 che in queste si sono avviati i processi di formazione. Ormai generazioni di professionisti – circa il 70% degli attuali infermieri in servizio attivo - provengono solo da questa modalità di studi. E sono dieci anni che l’infermieristica ha sviluppato le sue scuole di dottorato.

L’analisi del passato, presente e futuro della formazione è stata un’altra tappa del percorso che il Comitato centrale della Federazione Ipasvi ha tracciato per il suo triennio. In Calabria, a Feroleto Antico (Catanzaro), grazie all’ospitalità e all’organizzazione del Coordinamento regionale dei Collegi, si è analizzato cosa si è fatto finora e cosa ci si deve aspettare e cosa si deve fare per il futuro della formazione. E per futuro intendiamo un orizzonte temporale ulteriore di almeno altri venti anni.

Ormai, infatti, dobbiamo formare professionisti per un mondo che per il momento possiamo solo immaginare come evolverà dal punto di vista assistenziale e abbiamo scelto di organizzare la prima Conferenza nazionale su questo argomento come momento di ‘carotaggio’ delle politiche della formazione, per la quale è necessario lavorare in sinergia con tutto il mondo accademico e fare con questo e con le istituzioni passi avanti congiunti.

Oggi a monitorare la situazione della professione infermieristica a livello nazionale c’è l’Osservatorio sulle professioni che, tuttavia, ricomprende un numero vasto di professionalità, di cui gli infermieri in realtà rappresentano la componente maggioritaria.

Per questo non possiamo pensare che l’Osservatorio sia la panacea di tutto. Questo con tutto il rispetto per quello che ha fatto finora. Ma è l'Osservatorio di tutte le professioni.

E per questo ciò che riteniamo prioritario realizzare è un tavolo di dibattito permanente continuo sulla nostra specifica formazione perché abbiamo bisogno dopo vent’anni di capire cosa è stato fatto, dove stiamo andando e cosa vogliamo fare e se questa formazione è corrispondente e coerente al nostro punto di vista e alle nostre necessità di sviluppo della professione. Quelle che abbiamo in mente e su cui stiamo ragionando, ma anche quelle che sono legate allo sviluppo dei bisogni di salute.

Tra i problemi emersi e che si devono affrontare per realizzare una formazione che risponda non solo alle istanze professionali degli infermieri, ma anche, se non soprattutto, ai bisogni di salute dei cittadini, c’è poi quello di uscire dagli ospedali. Nel senso che un infermiere che vuole proseguire i suoi studi dopo la laurea triennale dedicando il percorso magistrale a un indirizzo clinico sull’assistenza territoriale e domiciliare, deve essere in grado di capire, conoscere, affrontare le esigenze dei cittadini non ospedalizzati.

Oggi stiamo formando professionisti che hanno l’orientamento a lavorare prevalentemente in ospedale, con un paziente acuto e che faticano a considerare l’eventualità, sempre più necessaria in quel futuro che accennavo prima, di lavorare in tutte le strutture assistenziali di ogni tipo presenti sul territorio. E anche, direi, di considerare le eventualità sempre più presenti non come ‘ripiego’, offerte dalla libera professione.

Un altro aspetto importante da affrontare in un nuovo osservatorio dedicato solo alla professione infermieristica, è poi quello delle docenze. Abbiamo professori, ma in realtà solo due sono ordinari finora. Gli infermieri però sono oltre 400mila e parlando del loro futuro non valutiamo solo le opportunità o i rischi per la professione, ma per tutto il Servizio sanitario nazionale.

Dobbiamo mettere a fattor comune la grande esperienza della Commissione dei corsi di laurea la grande esperienza nella nostra Società di scienze infermieristiche, quella di tutti i nostri professori per un confronto a tutto tondo con la rappresentanza professionale e con i due ministeri di riferimento, Salute e Università, che all’incontro di Feroleto hanno dimostrato tutta la loro disponibilità a studiare percorsi e organizzazione ottimale per ottenere nella formazione il migliore e più elevato dei risultati.

I problemi su questa strada non mancano. I nostri studenti ad esempio sono esposti a un'offerta formativa troppo variegata e a tratti confusa, nel senso che è poco trasparente e regolamentata, tra corsi on line, accademie svizzere, master che poi si rivelano poco utili.

Anche per questo si rende necessario un osservatorio, con Ipasvi protagonista, per evitare di formare professionisti troppo orientati al solo lavoro in ospedale, che non prendono in considerazione la medicina d'iniziativa sul territorio. E dobbiamo considerare anche che abbiamo ancora pochi liberi professionisti. È evidente, dunque, che il sistema va innovato, certi dell'alto livello dell'attuale formazione fornita ai nostri infermieri, come dimostra l'alta attrattività dei professionisti italiani in Paesi leader dell'Unione Europea come la Germania e la Gran Bretagna. Ma gli spazi per la professione devono e possono essere qui in Italia.

La Federazione sta lavorando su questo argomento e vuole farlo in sintonia con il mondo istituzionale e accademico. Oltre al recente accordo con Agenas per l’alta formazione degli infermieri, sta mettendo a punto un programma per la ricertificazione delle competenze, necessità che nasce anche dal nuovo quadro che si sta delineando per l’attività professionale, in particolare anche per la libera professione, diventata una parte importante del lavoro per molti in modo assoluto, quasi per tutti come componente di ciò che ogni giorno chiedono gli assistiti. In questo senso sono stati già attivati gruppi di lavoro per riprogettare la formazione dell’infermiere specialista – il modello Ipasvi è stato illustrato e spiegato a Feroleto - previsto anche nella predisposizione dei nuovi contratti. Questo, con uno sviluppo professionale che prevede funzioni sempre più manageriali all’interno delle strutture di ricovero e sul territorio, l’accreditamento professionale degli infermieri, la responsabilità professionale, tenuto conto anche delle recenti pronunce giurisprudenziali che aprono nuovi orizzonti e, quindi, richiedono una nuova preparazione e formazione, a livello di capacità di controllo e valutazione delle prestazioni da parte degli infermieri.

Per quanto riguarda i fabbisogni formativi, invece, si sta mettendo a punto un ragionamento di livello europeo che non consideri solo i fabbisogni legati alle assunzioni nel Servizio sanitario nazionale, ma anche tutto il settore – e la relativa domanda – esterno a questo, sia a livello nazionale sia di mobilità transfrontaliera dei professionisti. E comunque nella determinazione dei fabbisogni futuri dovrà essere considerato il parametro demografico e dell’aumento esponenziale dei malati cronici: oltre l’età – finora non considerata – della popolazione da assistere, si dovrà considerare la domanda basata sulla crescita di fenomeni come disabilità e cronicità che influenzano in modo decisivo la domanda di assistenza infermieristica sul territorio e in ospedale.

Un cantiere appena aperto quindi, in cui Università, ministeri, Federazione sono gli ingegneri, ma di cui i muri portanti, le pietre angolari, sono gli infermieri e la loro volontà di crescere per raggiungere vette sempre più alte della loro professionalità e soprattutto per dare un’assistenza che davvero sia in grado di rispondere ai nuovi bisogni di salute “reali” dei cittadini.

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