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Un’integrazione che non decolla

Un’integrazione che non decolla

11/01/2013 - Ospedale e territorio sono ancora troppo lontani. Una ricerca di Fiaso e Cergas-Bocconi sulla continuità delle cure "promuove" Asl e ospedali, ma con i medici di famiglia l’integrazione è ancora scarsa. 

Che l’integrazione tra l’assistenza ospedaliera e quella sul territorio sia un obiettivo che in alcune parti d’Italia è ancora un miraggio e in altre è quanto meno da mettere a punto lo sappiamo anche dall’esperienza quotidiana.
Ora, però, una conferma che ci sia ancora un bel po’ da fare su questa strada viene da una ricerca condotta dalla Fiaso, la Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere, con il Cergas-Bocconi. Eccone la massima sintesi: «Sulla integrazione delle cure e la continuità assistenziale Asl e ospedali promossi – ma con qualche riserva – e medici di famiglia rimandati a settembre per ancora scarsa integrazione con gli altri professionisti sanitari». È questo, in buona sostanza, il quadro uscito dalla Misurazione e valutazione dell’integrazione professionale e sulla continuità delle cure (questo il titolo della ricerca), presentata il 10 gennaio a Roma, che ha analizzato il livello di integrazione delle cure tra infermieri, medici ospedalieri, specialisti e di famiglia per tre patologie che richiedono una prevalenza di cure sul territorio: diabete in pazienti con danno d’organo, insufficienza respiratoria grave connessa a broncopolmonite, tumori in fase avanzata seguiti in Adi.

Fondamentale la presenza fisica, più dell’organizzazione in sé. Il primo elemento che Fiaso e Cergas mettono in evidenza tra i risultati della ricerca è che a incidere positivamente sull'integrazione di infermieri e medici e sulla continuità assistenziale percepita dai pazienti non sono tanto i diversi modelli organizzativi quanto piuttosto la presenza fisica dei professionisti nella stessa struttura, la gravità della condizione clinica dei pazienti e la maggiore apertura degli stessi professionisti verso l’integrazione.
In una scala di valori da 0 a 5 (calcolata “pesando” accessibilità dei servizi, qualità delle relazioni con il paziente e unitarietà diagnostico-terapeutica percepita dagli assistiti) l’“indice di integrazione” è risultato pari a 3,24 per la cura del diabete, al 3,06 per le insufficienze respiratorie gravi connesse a Bpco e al 3,17 per i tumori.
Gli indici di integrazione diventano però variabili se applicati a medici di famiglia e specialisti. Per il diabete i primi non superano il 2,40 contro il 4,03 degli specialisti, mentre il rapporto, sempre a vantaggio degli specialisti, è di 2,39 contro 3,65 per le insufficienze respiratorie gravi e di 2,69 contro 3,68 per i tumori. Scarti, sottolinea la Fiaso, dovuti soprattutto alla frequenza degli scambi informativi, mentre è buona sia per gli specialisti che per i medici di medicina generale la condivisione dei percorsi terapeutici. Anche se i medici di famiglia tendono a confrontarsi soprattutto con i loro colleghi ospedalieri e gli specialisti territoriali, mentre questi ultimi preferiscono comunicare tra loro o con gli infermieri, lasciando un ruolo un po’ marginale ai primi. Quanto all’offerta dei servizi delle Aziende sanitarie e ospedaliere, anche se con elevata variabilità, tutte hanno strutturato percorsi organizzati per il diabete, pur con una rilevante componente ospedaliera rappresentata dai centri antidiabetici. Per quanto riguarda le insufficienze respiratorie gravi, poi, quasi tutte le aziende presentano percorsi diagnostico-terapeutici formalizzati, ma sbilanciati sul ruolo delle unità pneumologiche ospedaliere, con una scarsa integrazione tra queste e l’ambito territoriale.
Integrazione quasi assente, infine, per i pazienti oncologici per i quali tutte le aziende sanitarie garantiscono però un’elevata intensità assistenziale, percepita positivamente dai pazienti. Nella scala da 0 a 5 l’indice di continuità percepita è infatti pari a 4,42 per i pazienti oncologici, contro il 3,45 di quelli pneuomologici e il 3,52 dei diabetici. Valori, evidenzia l’indagine, che però non sono correlati tanto all’effettiva integrazione dei professionisti e agli sforzi compiuti dalle aziende per garantire la unitarietà del percorso diagnostico-terapeutico quanto i rapporti interpersonali.
 
La sfida è intercettare i bisogni inespressi. Finanziamenti permettendo. «La ricerca – ha commentato Valerio Fabio Alberti, presidente Fiaso - evidenzia che tanto più gravi sono le condizioni del paziente tanto maggiore è il coordinamento dei professionisti coinvolti». In questo modo, sottolinea però Alberti, il rischio è che la maggior parte delle risorse venga destinata ai pazienti con patologie oramai conclamate e che l’investimento in prevenzione e monitoraggio sia residuale. La sfida per il futuro, sostiene, è invece di «intercettare quei livelli di bisogno inespresso che non riescono a tradursi in domanda esplicita di servizi, programmando le strategie di inclusione in programmi formalizzati di assistenza e monitoraggio. Sempre che – conclude Alberti - le condizioni di sostenibilità economica del Ssn non costringano le Aziende a ripiegare sull’essenziale rispondendo alla domanda di cura più che a quella, spesso inespressa, di salute».

«La continuità assistenziale è condizione indispensabile per garantire in futuro la sostenibilità operativa ed economica del sistema sanitario» ha sostenuto tra l’altro il presidente del Cergas, Elio Borgonovi. Da qui l’utilità della ricerca, conclude, «che affronta la problematica in modo trivalente: sul piano della cultura unitaria della salute, su quello dell’appropriatezza e su quello della sostenibilità economica». 

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