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"Sanità, spendere meno non vuol dire spendere meglio"

"Sanità, spendere meno non vuol dire spendere meglio"

02/12/2011 - Presentato il 45° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. Differenze tra le Regioni e interferenze della politica i principali timori degli italiani per la sanità.

In sanità «minore spesa oggi non vuol dire migliore spesa». A sottolineare la non automatica coincidenza è il Censis, nel suo 45° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì 2 dicembre a Roma.
Tra il 2001 e il 2010, rileva il Rapporto nel capitolo dedicato al welfare, le Regioni con Piano di rientro hanno registrato un incremento della spesa del 19% contro il 26,9% del resto delle Regioni. Nel periodo 2006-2011 le prime hanno subito una riduzione della spesa in termini reali dello 0,6%, mentre le altre hanno avuto un aumento di oltre il 9%. In particolare, tra il 2006 e il 2010 il contenimento maggiore della spesa è stato registrato dalla Sicilia (oltre il -10%), seguita da Abruzzo (-4,4%), Lazio (-3%) e Campania (-1,9%)
Ma secondo i cittadini la “cura” a cui è sottoposto il Servizio sanitario non sta generando effetti positivi. Nell’ultimo biennio i dati dell’indagine Forum per la Ricerca Biomedica-Censis indicano infatti che quasi il 29% di chi ha avuto a che fare con il Ssn ha registrato un peggioramento delle prestazioni, circa il 60% una sostanziale stabilità e solo l’11% un miglioramento. La più ampia percentuale di cittadini che ritiene peggiorato il Servizio negli ultimi due anni si registra nel Mezzogiorno, così come nel Sud e Isole sono più alte le percentuali che reputano inadeguati ospedali, laboratori di analisi, medici specialisti, uffici delle Asl e così via.

Le paure. Non sorprende, perciò, che tra le principali paure degli italiani per il futuro della sanità ci sia un’accentuazione delle differenze tra le Regioni (35,2%) e, subito dopo, il rischio che l’interferenza della politica danneggi la qualità della sanità (35%). Vengono poi la paura che i disavanzi rendano indispensabili robusti tagli all’offerta (21,8%); che non si sviluppino le tipologie di strutture e servizi necessarie, come l’assistenza domiciliare territoriale (18%); che l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle patologie croniche producano un intasamento delle strutture e dei servizi (16,3%).

Stanno peggio le donne. Le donne dichiarano buone condizioni di salute in quote inferiori ai maschi, mentre più spesso affermano di soffrire di due o più malattie croniche. A denunciare le condizioni di salute peggiori (dopo i ritirati dal lavoro, presumibilmente più anziani) sono le casalinghe. La maggiore consuetudine tra donne e malattia, sostiene il Censis, ha a che vedere anche con l’impegno nel lavoro di cura, visto che i caregiver sono soprattutto donne. In particolare, le caregiver mogli tendono a sobbarcarsi il carico assistenziale da sole e ne pagano spesso il prezzo in termini di problemi psicologici e di salute, mentre le figlie trovano con maggiore frequenza sollievo e aiuto da una badante.

Migranti. La spesa pubblica per la sanità riconducibile a prestazioni erogate agli immigrati, cita il Rapporto, risulta di quasi 3 miliardi, cioè il 2,8% del totale del 2010.

Rischio di “default sociale” per i Comuni. Il valore degli interventi e servizi sociali comunali, rileva il Censis, è di 6,7 miliardi, ai quali si aggiunge la compartecipazione degli utenti (circa 1 miliardo l’anno) e la quota a carico del Servizio sanitario (circa 1,1 miliardi l’anno), per un totale di spesa pari a poco più di 8,7 miliardi di euro, pari a circa il 10% del totale della spesa per tutte le politiche socio-assistenziali. Ma in tre anni, aggiunge il Rapporto, i fondi sociali nazionali sono stati tagliati in misura consistente: il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato da 929,3 milioni di euro nel 2008 a meno di 220 milioni nel 2011, mentre il Fondo per la non autosufficienza nel 2011 non è stato finanziato, con un taglio netto di 400 milioni di euro.

Risposta scontata alla domanda su chi subisca le conseguenze dei tagli. In primo luogo, i destinatari dei servizi finanziati dai fondi: oltre il 40% delle risorse per il sociale dei Comuni è impiegato per famiglie e minori, il 21,2% per gli anziani, una quota simile per i disabili e il 7% circa per la lotta alla povertà. Ma anche gli occupati nel sociale ne soffrono, perché il 48,5% della spesa comunale per questi servizi è impiegato per affidarli a cooperative sociali e altri soggetti del Terzo settore. 

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