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IX Conferenza della professione infermieristica: la sintesi, le slide e i video della giornata

IX Conferenza della professione infermieristica: la sintesi, le slide e i video della giornata

26/04/2017 - Si è svolta a  Bologna la IX Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica che ha avuto come tema “La mappa di un percorso. Contesto organizzativo e professione infermieristica: cantiere aperto”. LA SINTESI E TUTTI I DOCUMENTI - SLIDE E VIDEO - DELLA GIORNATA

La Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica, giunta al suo nono anno, è un appuntamento annuale che ha assunto un ruolo importante: essere un momento di confronto con la parte politica della professione – i presidenti – con i dirigenti e con i “professori”, quelli cioè che si occupano della formazione e i presidenti delle Associazioni infermieristiche.

 Gli obiettivi sono di dare un quadro dei provvedimenti già in vigore o in itinere ma che impattano sul mondo del lavoro e di conseguenza come si deve riposizionare via via la professione, ma anche come indirizzare la formazione viste le prospettive future.

 Il tema di quest’anno – “La mappa di un percorso. Contesto organizzativo e professione infermieristica: cantiere aperto” – offre lo spunto per una analisi e un dibattito che i relatori hanno articolato nei loro interventi.

 

Vincenzo Lorenzini, Esperto Nazionale sui Sistemi di Valutazione della Performance nel S.S.N. Presidente dell’O.I.V. della AUSL di Pescara

Nei prossimi contratti vanno trovate regole eque per gestire le questioni della carriera, della responsabilità e della retribuzione. I fondi contrattuali legati al salario accessorio vanno consolidati e, con la dovuta gradualità, si potranno ottenere incrementi significativi da legare alla migliore percezione del servizio reso ai cittadini ed alle imprese, ma anche a precise economie gestionali debitamente accertate dai Collegi sindacali e dagli OIV.

La  strada da percorrere è la distribuzione dei premi va legata alla produttività collettiva ed alla qualità delle prestazioni erogate ai cittadini ed alle comunità da parte delle aziende.

I Fondi premiali vanno erogati in relazione alla performance organizzativa, ovvero alla quantità e qualità delle prestazioni erogate dai singoli Centri di responsabilità (reparti/uffici).

Ai singoli componenti sarà richiesta una «flessibilità lavorativa» governata a livello delle equipe omogenee interne al cdr stesso.

LE SLIDE DI VINCENZO LORENZINI

 

Stefano Simonetti, Esperto ed autore di pubblicazioni in materia di organizzazione e gestione del personale. Già negoziatore A.Ra.N. e Direttore amministrativo di aziende sanitarie

Per quanto riguarda gli orari di lavoro, sono ormai anno che l’Italia è messa in mora dalla Ue per il non rispetto delle norme e, peggio, per l’adattamento delle regole europee a esigenze che non possono condizionare la legge. Poi col decreto 161 le Regioni capiscono finalmente la gravità e insostenibilità della situazione e consentono alle aziende di adeguare gli organici, viene adottato un atto legislativo di ulteriore moratoria dell’entrata in vigore della 161, ma non si fa assolutamente nulla e si aspetta gli eventi cercando di arrangiarsi.

In realtà Il contratto collettivo nazionale è l’unica fonte normativa abilitata a trattare la materia, una delle questioni più spinose è quella della sospensione o interruzione del riposo in caso di PD attiva, va declinato con chiarezza cosa rientra nelle 48 h. La soluzione più logica e razionale resta comunque quella di adeguare gli organici

LE SLIDE DI STEFANO SIMONETTI

 

Marco Sartirana, Contracted Research Fellow CERGAS Università Bocconi

Due ricerche: quella sull’impatto della legge 161 e quella sulle inidoneità lavorative.

La prima ha come conclusioni che la legge Legge 161 è una sfida per l’organizzazione del lavoro in un contesto di limitata fungibilità delle persone/figure/competenze; presenza diffusa del lavoro per turni; rigidità gestionali dovute a altri istituti o tutele (allattamento, permessi legge 104/1992, limitazioni lavorative certificate); blocco del turnover e dei CCNL e progetti di riordino dei SSR.

Ma c’è una forte eterogeneità nell’interpretazione della legge e nelle modalità applicative. Le aziende del SSN hanno adottato soluzioni gestionali diversificate:

  • Manutenzione «straordinaria» (revisione turni, reperibilità; ferie; FAD)
  • Riduzione attività «comprimibili» (formazione o riunioni)
  • Riorganizzazione offerta (accorpamento dei punti di erogazione)
  • Nuove assunzioni
  • Riduzione della produzione o aumento liste di attesa

Il sistema nel complesso «ha tenuto», ma nel medio periodo è possibile aspettarsi che l’emersione di nuove criticità, in particolare collegate alla riduzione di attività formative, gruppi di lavoro, incontri di dipartimento e di servizio, team multidisciplinari, azioni di promozione della salute dei dipendenti

La seconda ha come risultati che in media l’11,8% degli organici di Asl e ospedali presenta inidoneità fisiche che ne limitano la mansione e di questi il 7,8% presenta inidoneità parziali permanenti. Nel 49,5% dei casi ci si riferisce a quelle relative alla movimentazione dei carichi, nel 12,6% alle posture e nel 12% al lavoro notturno e alla reperibilità. Tra le proposte, garantire dotazioni di medici competeneti e personale di supporto adeguate, favorire l’interazione tra Direzioni Sanitarie/Assistenziali e medico competente nella gestione delle limitazioni, definire e diffondere protocolli e altri strumenti operativi per la gestione della sorveglianza sanitaria, dotarsi di sistemi informativi integrati, definire bandi di concorso che permettano di reclutare le figure di cui l’azienda realmente necessita, definire politiche e regole di gestione del personale basate sulla gestione dell’età.

LE SLIDE DI MARCO SARTIRANA

 

Domenico Pittella, Avvocato e Docente in Programmazione prevenzione e management sanitario Università La Sapienza

La legge sulla responsabilità professionale – la n. 24 del 2017 - sistema rispetto ai precedenti atti normativi soprattutto la parte civilistica del problema. Un problema, quello del contenzioso sanitario, che negli aunni è aumentato per svariati motivi, tra cui una maggiore scolarizzazione dei cittadini rispetto al passato, il concetto che si è fatto strada della “pretesa della guarigione”, un maggiore scollamento, spesso causato dalla giurisprudenza, del rapporto esistente tra operatore sanitario e paziente.

Diverso l’approccio per quanto riguarda gli aspetti penali della responsabilità, in quanto la legge limita le fattispecie all’omicidio e alle lesioni colpose, tralasciando una serie di reati che invece le precedenti versioni avevano considerato.

Alla fine la norma stabilisce positivamente che per la colpa lieve sia la struttura sanitaria a dover intervenire senza potersi rifare sull’operatore, al contrario ovviamente del dolo e della colpa grave. E bisognerà quindi attendere che la giurisprudenza si pronunci per stabilire le gradualità e gli ambiti della colpa grave

La riforma prende atto, grazie anche all’intervento della Federazione e della sua presidente nei lavori preliminari, del mutato rapporto che non è più tra medico e infermiere, ma tra medico e paziente e tra infermiere e paziente.

Per di più quest’ultimo deve dare prova della colpa del professionista, cosa che non accadeva in precedenza.

Altri aspetti molto importanti per gli infermieri sono l’importanza che si da alle linee guida e il fatto che queste debbano essere redatte anche dalle associazioni professionali. E saranno le linee guida e la gradualità del rispetto di esse che determinerà l’entità della colpa del professionista: il danno si valuta a seconda del rispetto delle linee guida.

Poi c’è l’aspetto delle consulenze dei tribunali. Non sarà più il solo medico legale a doversene occupare, ma dovrà essere affiancato da professionisti scelti in base al livello e alla tipologia delle responsabilità. Così, in caso di responsabilità infermieristica, il Tribunale dovrà chiamare in causa gli infermieri ad analizzare e decidere.

In sostanza la nuova norma stabilisce che non si può più guardare al singolo interesse in gioco, ma la natura complessa della responsabilità deve necessariamente trovare un equilibrio perché il diritto alla salute è un diritto condizionato anche dalle risorse e quindi occorre utilizzarle nel migliore dei modi.

 

IL VIDEO DELLA PRIMA PARTE DELLA MATTINA

 

Davide Croce, Direttore CREMS Università Carlo Cattaneo LIUC

Attualmente si assiste a uno spostamento dell’asse di cura dalla forma acuta a quella cronica e il futuro sarà sempre più caratterizzato da questa evidenza. Finora le risposte che ci sono state sono quelle della legge 189/12 (Balduzzi) con le UCCP e le AFT; lo sviluppo delle cure primarie Casa della Salute (e.g.– Emilia Romagna, Toscana); lo sviluppo delle cure primarie Distretto e UCCP (e.g. Veneto);lo sviluppo della presa in carico CReG e Bundled Payment (e.g. Lombardia).

Per quanto riguarda la logica di costruzione del modello di assistenza partendo dal bisogno l’esempio è nel Bundled payment, chiamato anche episode-based payment, episode payment, episode-of-care payment o ancora case rate, evidence-based case rate e anche global bundled payment, global payment o package pricing, o packaged pricing.

Il Bundled payment è definito come il rimborso (tariffa) a un provider con un importo fisso per paziente per un certo periodo di tempo per una determinata attività ed è a metà strada tra il pagamento per attività (o a prestazione – fees for service) e quello a quota capitaria (indipendente dalle attività, capitation). La tariffa di presa in carico è “modulabile” per ambulatoriale, ricovero, farmaceutica e in un secondo tempo per ADI, CDI, Hospice, CDD,  Strutture riabilitative ecc., ma non è la definizione del totale dei costi necessari per sostenere la corretta conduzione del PDTA  specifico per la patologia. E’ calcolata sulla base dei consumi storici osservati ed opportunamente normalizzati dal punto di vista statistico, e comprende per i tre diversi livelli di stratificazione della domanda, tutti i costi relativi ad una presa in carico complessiva del paziente affetto da una specifica patologia principale.

LE SLIDE DI DAVIDE CROCE

 

Angelo Tanese, Direttore Generale ASL Roma 1

Del cambiamento organizzativo fa parte anche una riflessione sulle dirigenza delle professioni sanitarie. Parlare di cambiamento oggi è diverso da come era venti anni fa perché assume un significato un contenute e una serie di implicazioni diverse. Ventri anni fa era un cambiamento culturale perché era difficile accettare l’idea delle nuove aziende, del controllo dei costi, delle competenze manageriali. E tra i passi avanti di questi anni c’è stato proprio quello – il primo – della logica delle responsabilità.

Ci si è resi conto che la responsabilità non poteva essere affidata solo alle aziende e si sono coinvolte a pieno titolo le Regioni. Ci si è resi conto che non si poteva puntare su una singola azienda, ma era necessaria la governance del sistema.

Oggi è più difficile cambiare per via delle risorse, della “stanchezza” che è subentrata, del fatto che non si uò non investire. E la pressione sugli operatori non è mai stata così alta.

Il tema del cambiamento si pone come modo con cui si gestiscono i cambiamenti all’interno delle aziende e si deve per questo rafforzare il management.

Non è più solo il direttore generale che decide, ma ci sono sistemi più evoluti. Bisogna partire dalla consapevolezza di quali sono le figure manageriali.

Tra queste non c’è dubbio ci siano le professioni: la figura manageriale nel campo delle professioni sanitarie deve essere legittimata  a pieno titolo.

Tra le prospettive future c’è quella della mission dell’azienda, cioè della nostra capacità di dare risposta ai bisogni dei cittadini. Capacità che deve seguire la logica di una capacità di innovazione fortissima. C’è poi la gestione delle risorse umane. Siamo in ritardo nella concezione uova di sistemi che valorizzino le persone. Credo sia inutile guardarsi dentro con la logica delle difficoltà: c’è una grandissima opportunità, quella cioè di trovare la vera leadership. E la leadership viene dal campo ed è di chi lavora sul campo, proprio come sono le professioni sanitarie.

Quello di cui c’è bisogno oggi è di professionalità che insieme dialoghino per il governo dell’azienda sanitaria.

 

Vianella Agostinelli, direttore direzione Professioni sanitarie Azienza Usl Modena

Il Mission Canvas Model è un potente framework (struttura logica di supporto), uno strumento strategico che utilizza il linguaggio visuale per creare e sviluppare modelli organizzativi innovativi.

Questo modello ha rivoluzionato il modo di “rappresentare" il modello di management, facilitando la comprensione di elementi complessi che riguardano il funzionamento di un’intera organizzazione.

Nove i suoi elementi costitutivi: 1. beneficiari; 2. valore offerto; 3. implementazione; 4. coinvolgimento e supporto; 5. criteri di successo; 6. risorse chiave; 7. attività chiave; 8. partner chiave; 9.budget.

I primi sono gruppi di persone a cui indirizzi la proposta di valore della DPS. Poi il valore offerto riguarda un frame di valori che diano il senso al lavoro, a cui ancorare la formulazione di strategie e la ricerca di nuove opportunità.

L’implementazione descrive il modo in cui i valori professionali raggiungono le persone (Cittadini e Professionisti).  E’ il punto di contatto e rappresenta i sistemi che sono in grado sia di veicolare l’innovazione verso i beneficiari e di renderli capaci di utilizzarla.

Il quarto elemento vuol dire capire quali strumenti utilizzare per coinvolgere i beneficiari e ottenerne il supporto perché non basta avere in mente un’innovazione utile e ben congegnata: se non siamo in grado di convincere che si tratta di qualcosa che servirà davvero a migliorare le cose, lo sforzo rischierà di cadere nel vuoto.

I criteri di successo significano definire in maniera precisa i criteri di successo, ovvero gli elementi concreti che ci fanno affermare che la mission è realizzata. Sembra il compito più banale e invece è forse il più difficile da realizzare

Le risorse chiave racchiudono gli assets strategici  per dare vita e sostenere il modello di direzione, mentre le attività chiave significano dirigere, cioè condurre, volgere lo sguardo ed orientarsi per orientare, andare verso una meta stabilita, indirizzare, guidare, disciplinare e i partener chiave sono la rete di partners necessari al funzionamento del modello di direzione

Infine il budget rappresenta la funzione di amministrazione e definisce anche  i costi da sostenere per rendere funzionante e visibile il modello di direzione.

LE SLIDE DI VIANELLA AGOSTINELLI

 

IL VIDEO DELLA SECONDA PARTE DELLA MATTINA

 

Rosaria Alvaro, Professore di Scienze Infermieristiche Università di Roma Tor Vergata

I numeri dell'Infermieristica, in Italia, sono saliti in questi ultimi anni, ma pure, in un certo senso, restano ancora pochi: 10mila laureati l'anno non possono bastare, visto il numero chiuso e il fabbisogno crescente della popolazione. La struttura formativa, nel complesso, con gli stessi criteri da 20 anni, ora, deve tener conto della disomogeneità formativa. Gli atenei, infatti, hanno esigenze proprie e, dal confronto dei diversi percorsi proposti agli studenti, viene fuori quali competenze siano sviluppate e quali sviluppare, come farlo e quali saperi disciplinari siano necessari per "creare" il professionista del futuro. Questo, per evitare che talune abilità si possano differenziare troppo, su binari che, nelle università, vanno ognuno per il proprio sentiero.

L'università de L'Aquila, Genova, Firenze e Tor Vergata, dal 2006, hanno attivato i dottorati di ricerca, ma con un finanziamento voluto e erogato dall'Ipasvi stesso: in pratica, "la professione ha investito sulla professione". Per questo motivo, è urgente la sinergia tra le istituzioni e serve più denaro (l'assegno di ricerca, la borsa di dottorato), magari pescando anche nel mondo dei privati (grandi imprese, case farmaceutiche), concordando le strategie formative.

La Federazione deve continuare a camminare assieme alle organizzazioni perchè è attraverso la compattezza del pensiero che si forma il professionista del futuro.

Numericamente, sono i master di "Area critica" e "Management" quelli più accreditati, ma ciò, col tempo, potrebbe impattare sulle competenze avanzate, visto che è la formazione il principio fondante della professione. Formazione equivale a dire anche di sviluppare la docenza: al momento, se si bandisse un concorso non è detto che in tanti potrebbero rispondere ai requisiti richiesti. I colleghi dell'ambito formativo sono ancora troppo pochi: a breve e medio termine bisognerà potenziare i ricercatori, le giovani generazioni e formare sempre più colleghi. Magari, perché no, definendo le abilità della docenza anche non universitaria: le caratteristiche di un direttore didattico, fuori dalla sede accademica, per esempio.

LE SLIDE DI ROSARIA ALVARO

 

Alvisa Palese, Professore di Scienze Infermieristiche generali, cliniche e pediatriche dal 2005, Università Studi di Udine

La formazione è idealmente divisa oggi in tre momenti: Il tempo della maggiore età, il tempo di bilanci e il tempo del futuro

Per quanto riguarda il primo momento, la formazione è diventa maggiorenne: e in questo è stata importantissima la componete professionalizzante a cui molte alte professioni si stanno avvicinando solo ora.

Nel tempo dei bilanci rientra il canale formativo unico che ha rappresentante una svolta, ma che lascia ancora molte disomogeneità aperte. Poi c’è una singolarità: quella di aver fatto dialogare, ma con troppe poche risorse sul campo, i ministeri dell’Università e della Salute.

Purtroppo in tutto questo ha perso peso il sistema formativo, prima centrale, che per la situazione anche lavorativa attuale ha reso meno importante il ruolo di corsi di laurea per le prospettive di carriera.

Per entrare in una nuova fase dobbiamo puntare a tirocini anche fuori dell’ospedale, dobbiamo fare in modo di intersecare in qualche modo i corsi di professionalità diverse, dobbiamo offrire un set di competenze innovative con modelli di apprendimento riflessivi e trasformativi.

E per il futuro dobbiamo dare più tempo agli studenti. Oggi i tre anni di corso sono stretti e risalgono a un modello vecchio di 40 anni fa, profondamente cambiato. Il tempo più lungo non è per apprendere cose diverse, ma per andare più in profondità. E la vera innovazione potrebbe essere che dobbiamo riflettere proprio sulla durata della formazione.

LE SLIDE DI ALVISA PALESE

 

IL VIDEO DEGLI INTERVENTI DEL POMERIGGIO

 

A conclusione del convegno si è svolta una tavola rotonda a cui hanno partecipato Cristina Rinaldi, Dirigente ufficio V Direzione generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale Ministero della Salute, Barbara Ottaviani, Rappresentante del Ministero dell’Istruzione e Massimiliano Franceschetti, Ricercatore INAPP (ex Isfol) - Istituto nazionale per l’analisi delle Politiche pubbliche. Ospite d’onore durante i lavori Parveen Ali, PhD Main Lecturer University of Sheffield (UK).

In apertura la moderatrice – la vicepresidente Ipasvi Maria Adele Schirru -  ha letto il messaggio di saluto del sottosegretario al Miur Vito De Filippo, il quale ha sottolineato tra l’altro che “la dirigenza può e deve rappresentare l’elemento cardine per la promozione della modernizzazione del sistema sanitario, in quanto essa è determinante per la realizzazione da parte delle organizzazioni sanitarie degli obiettivi di salute richiesti, nel rispetto dei vincoli oggi sempre più stringenti, attraverso lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse disponibili”.

La tavola rotonda si è subito agganciata alle conclusioni delle ultime relazioni che l’hanno preceduta e, in particolare, alla “sfida” sull’allungamento dei tempi di studio lanciata da Palese.

Secondo Barbara Ottavini (Miur), i ministeri della Salute e dell’Università hanno lavorato finora in sinergia per offrire la formazione migliore e quello della durata dei corsi è, in questo ambito, uno spunto importante da tenere presente. Tuttavia Ottavini ha condiviso alcune linee di criticità espresse dai professori che hanno preceduto la tavola rotonda, mentre Cristina Rinaldi ha rilanciato affermando che si tratta di un tema su cui già c’è l’impegno del ministero e che anche i nuovi contratti dovranno affrontare la riflessione sul sistema formativo, sia per quanto riguarda il triennio di base, sia per la formazione specialistica. Rinaldi ha sottolineato che è giunto il momento di riconoscere i master come professionalizzanti, ma anche affermato che è giusto dire – e non va nell’ottica della multiprofessionalità –che le professioni sanitarie nascono e muoiono “separate”. Anche in questo senso è necessario cambiare il modello formativo e si dovranno prevedere momenti di formazione “insieme” per garantire il pieno funzionamento delle équipe multidisciplinari.

Massimiliano Franceschetti ha ricordato che la questione importante è rappresentata dal modello da dare alle professioni sanitarie, centrato sulla relazione con gli utenti da stabilire attraverso un vero e proprio “patto”. Ricordando che il suo istituto sta già conducendo analisi  sul settore delle professioni sanitarie e anche, in particolare, sugli infermieri (verificabile a questo indirizzo), Franceschetti ha sottolineato la necessità di sviluppare la relazionalità con l’utenza e anche di dare il via – e si sta già facendo - al riconoscimento degli apprendimenti non formali: il mondo del lavoro è fatto anche di conoscenze acquisite con caratteri non formali (volontariato, estero ecc.) e in questo senso tali attività devono poter dare crediti in più a chi le possiede.

Ospite d’onore alla tavola rotonda e alla Conferenza è stata Parveen Ali, PhD Main Lecturer University of Sheffield (UK). Ali ha spiegato il meccanismo di riconoscimento delle competenze specialistiche degli infermieri, ricordando anche che già in 40 Paesi sono previste a pieno titolo e in altri 70 si stanno attivando.

L’infermiere con competenze avanzate ha una formazione universitaria prevista a livello ufficiale, un riconoscimento sempre formale e la certificazione della sua attività, autorità prescrittiva farmacologica,  precise autorità di riferimento,  autorizzazione ad ammettere i pazienti in ospedale e il suo titolo è ufficialmente riconosciuto e protetto.

Ciò che caratterizza la pratica infermieristica avanzata è la conoscenza e la competenza, il giudizio clinico,  la cura qualificata e l'indagine scientifica. Il Royal College of Nursing (RCN) lo definisce come "livello di pratica,  piuttosto che un tipo di pratica. I praticanti avanzati sono formati a livello di master e sono valutati come competenti  utilizzando le loro conoscenze e competenze. Hanno la libertà e l'autorità di agire, prendere decisioni autonome nella  valutazione, nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti”. Nelle cure primarie essi agiscono sull’aumento dell’età della popolazione, sulle condizioni complesse e croniche, sulla riduzione dei finanziamenti, sulla mancanza di pianificazione e investimenti a lungo termine. Per quanto riguarda l’ospedale invece intervengono per la riduzione del numero dei medici e quindi anche sui fenomeni acuti dei pazienti, per ridurre i tempi di degenza e tenere sotto controllo il personale infermieristico. Si occupano poi della storia clinica del paziente, ne eseguono gli esami fisici, utilizzano la loro conoscenza di esperti e il giudizio clinico per identificare la diagnosi potenziale e fanno in caso riferimento ai pazienti per le indagini. Effettuano anche una diagnosi finale e decidono il trattamento, compresa la prescrizione di medicinali, o se far rivolgere i pazienti a uno specialista appropriato. Infermieri e medici lavorano su risultati simili di salute per i pazienti e la soddisfazione del paziente è stata più alta quando gli infermieri hanno fornito il primo contatto di cura e soprattutto nella gestione delle malattie croniche.

LE SLIDE DI PARVEEN ALI

 

Prendendo spunto dal modello inglese, Schirru ha chiesto a Salute e Miur la tempistica perché tutto questo avvenga anche in Italia e soprattutto perché si sblocchi il documento che già c’è sulle competenze avanzate. La rappresentante della Salute ha affermato che il cammino si sta facendo e le competenze avanzate sono un dato di fatto: in alcune Regioni ci sono già, ora il problema è dargli uniformità e agire sulla formazione.

 

Le conclusioni della presidente Ipasvi, Barbara Mangiacavalli

Con la Conferenza abbiamo accettato una sfida ambiziosa: quella di mettere in un’unica giornata i nuovi percorsi della professione e la formazione. E abbiamo visto che questo non solo è possibile, ma doveroso, così come lo è riconciliare questo percorso.

Tutti abbiamo il dovere di provare a ragionare e riflettere. La Federazione ha attivo da mesi un tavolo con la Federazione dei medici perché è necessario tessere assieme percorsi.

Vorremmo evitare – ed è un appello che formulo ai direttori generali dei ministeri – cortocircuiti. Ancora oggi si è percepito il tentativo di cercare di capire chi è il primo che deve far partire il percorso.

Forse i contratti di lavoro, forse i master, forse il percorso nella sua totalità. Ma forse occorre anche un position statement degli organi istituzionali che dica che la formazione specialistica esiste ed è istituzionalizzata. I nostri master devono essere sistematizzati è vero, ma manca il “cappellino formale” per farlo. Vorrei evitare questo corto circuito in cui ognuno aspetta che parta l’altro e non c’è mai chi dia lo starter.

Mi piacerebbe in questo scorcio di legislatura almeno dare l’avvio al percorso che per noi deve necessariamente partire dalla sistematizzazione della formazione specialistica. Aiutateci come ministeri ad avere il quadro entro cui sistematizzare la formazione, dentro cui inserire la formazione  specialistica che poi potrà entrare a far parte anche dei contratti di lavoro una volta che si stabilirà che competenze ci sono nel profilo specialistico  che deriva la formazione.

Non possiamo pensare a un modello formativo che non tenga conto dei bisogni di salute né possiamo pensare a un modello formativo che non tenga conto delle peculiarità formative stesse: devono andare di patri passo e questi momenti devono anche saper sviluppare sinergie e alleanze.

 

IL VIDEO DELLA TAVOLA ROTONDA E DELLE CONCLUSIONI DELLA PRESIDENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IX CONFERENZA  DELLE POLITICHE DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA
Bologna 
21 aprile 2017

Sintesi, documenti e video dell'evento