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In Europa niente brevetti da staminali umane
24/10/2011 - La decisione della Corte di Giustizia europea su una vicenda iniziata quasi 15 anni fa.
Nessuna invenzione che impieghi in una qualunque fase del suo sviluppo cellule derivanti da embrioni umani è brevettabile, anche «in quei casi in cui l’embrione venga distrutto nel corso della ricerca».
È questa la sostanza della sentenza della Corte di giustizia europea che nei giorni scorsi si è pronunciata su una vicenda iniziata nel 1997, quando il direttore dell'Istituto di Neurobiologia ricostruttiva dell'Università di Bonn, Oliver Brüstle, depositò un brevetto su cellule progenitrici nervose isolate e depurate, i procedimenti per la loro produzione a partire da cellule staminali embrionali e il loro impiego per il trattamento di patologie nervose. Contro questo brevetto Greenpeace fece ricorso al Tribunale federale dei brevetti e ne ottenne l’annullamento. Ma Brüstle fece ricorso a sua volta. Tuttavia la Corte tedesca si dichiarò impossibilitata a giudicare in assenza di una definizione univoca di «embrioni umani» che le consentisse di valutare se il brevetto di Brüstle fosse conforme o no alla direttiva europea. La vicenda giunse così alla Corte di Giustizia.
Nella sentenza la Corte tiene comunque a precisare di non essere chiamata ad affrontare «questioni di natura medica o etica, ma deve limitarsi a un’interpretazione giuridica delle pertinenti disposizioni della direttiva».
Dall’interpretazione esce una definizione secondo la quale un embrione umano è «qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi».
Una definizione molto ampia, quindi, che si basa sul presupposto che debba essere considerato embrione tutto ciò che possa «dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano».
Inevitabili le polemiche tra chi contesta i presupposti scientifici della sentenza, che bloccherebbe la strada, almeno in Europa, a un filone di ricerca molto promettente e chi, invece, vede nella sentenza un giudizio in grado di ristabilire le priorità tra valori non negoziabili e ricerca.
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