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Giornata nazionale Ipasvi sulla formazione: dal passato al futuro dell'infermieristica

Giornata nazionale Ipasvi sulla formazione: dal passato al futuro dell'infermieristica

08/11/2016 -  Il punto sulla formazione infermieristica e le proposte per il suo futuro a Feroleto Antico (Catanzaro) durante la prima Giornata nazionale sulla formazione infermieristica organizzata dalla Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi  

“Sono oltre 20 anni che la formazione di base degli infermieri avviene solo nelle Università, anche se è dagli anni 60 che in queste si sono avviati i processi di formazione. Ormai generazioni di professionisti provengono solo da questa modalità di studi. E sono dieci anni che l’infermieristica ha le sue scuole di dottorato. In questa giornata analizzeremo cosa si è fatto finora e cosa ci si deve aspettare e cosa si deve fare per il futuro della formazione. E per futuro intendiamo un orizzonte temporale di almeno altri venti anni”.

Queste le parole di Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ipasvi, con cui si è aperta a Feroleto Antico (Catanzaro) la prima Giornata nazionale sulla formazione infermieristica.
 
“Dobbiamo formare professionisti per un mondo che ora possiamo solo immaginare come evolverà dal punto di vista assistenziale – ha detto Mangiacavalli – e vorremmo che questo potesse essere un momento di ‘carotaggio’ delle politiche della formazione, per la quale è  necessario lavorare in sinergia con tutto il mondo accademico e fare con questo e con le istituzioni passi avanti congiunti”.
 
Della giornata è disponibile in allegato il link alla registrazione audio-video e le slide delle relazioni della mattina.
 
Dopo i saluti del coordinatore dei Collegi della Calabria Stefano Sposato e delle autorità locali, la giornata, moderata dalla vicepresidente Ipasvi Maria Adele Schirru e Gennaro Rocco, docente di Scienze infermieristiche all’Università Tor Vergata di Roma, si è aperta con tre relazioni di docenti-infermieri di alto livello.
 
Loredana Sasso, Professore associato FAAN Università degli studi di Genova Dipartimento Scienze della Salute, che nei giorni scorsi ha ricevuto dalla American Academy of Nursing il riconoscimento di "Fellow", rientrando così tra i 164 infermieri in tutto il mondo a potersi fregiare di tale titolo, ha sottolineato che interrogarsi sul futuro della formazione vuol dire analizzare lo scenario internazionale che spesso ha precorso questa scelta.
In questo senso Sasso ha illustrato due studi, alla base di questo principio, anche se in entrambi non è analizzata la situazione italiana.
 
Il primo è sullo stato dell’arte delle professioni sanitarie ed è della Commissione Lancet (2011).
 
Sasso ha ricordato le criticità emerse dallo studio; squilibrio fra competenze e bisogni dei pazienti e della popolazione; ristretta focalizzazione sulla tecnica senza una più larga comprensione dei contesti; cure episodiche invece che continue; orientamento prevalente verso gli ospedali alle spese delle cure primarie; debole leadership nel miglioramento delle prestazioni dei sistemi sanitari; tribalismo delle professioni: la tendenza delle professioni ad agire in isolamento; mancanza di accountability e conseguente sotto-finanziamento della formazione.
 
Le possibili soluzioni sono quelle di una “rotazione” nel dialogo professionista-paziente che parta dalle persone e dalle loro esigenze e attraverso il sistema formativo da un lato e il sistema sanitario dall’altro raggiunga e metta in moto il mercato dei professionisti sanitari.
 
Il secondo studio di riferimento illustrato da Sasso è il RN4Cast
 
Fino a oggi, ha spiegato, la pianificazione del personale infermieristico si è basata semplicemente sulla domanda di assistenza. Con RN4CAST si considera anche l’impatto di un numero adeguato di personale infermieristico sulla sicurezza del paziente e sulla qualità dell’assistenza e la qualità dell’assistenza viene considerata in relazione anche alle missed care e alla formazione accademica.
 
RN4CAST Italia ha fissato alcuni punti nel processo: misurare lo staffing basandosi sulla qualità dell’assistenza e sulla sicurezza alle persone assistite; pianificare il bisogno di risorse infermieristiche sulla base di dati certi e confrontabili con le altre realtà internazionali; sostenere i valori del nursing; correlare la formazione infermieristica alla qualità dell’assistenza.
Sempre attraverso RN4CAST poi, ha proseguito Sasso, è stato possibile affermare che quando non si garantisce un organico adeguato e sufficiente di professionisti qualificati, viene negato il diritto di esercitare appieno la propria professione e la possibilità di mettere pienamente a frutto le proprie competenze. 
Di conseguenza: si mette a rischio la sicurezza del paziente (mortalità); si generano outcome negativi per i pazienti; si genera moral distress e burnout nei professionisti; aumentano i costi per la gestione degli esiti negativi; si crea un’immagine negativa per l’organizzazione. Il tutto impedendo così anche una adeguata formazione dei giovani in stage.
 

“Concludendo – ha sintetizzato Sasso – serve maggiore integrazione tra gli ambienti formativi (accademici – clinici); la distanza tra gli ambienti formativi (aspettative /esperienza) genera dissonanza cognitiva e moral distress; la formazione degli infermieri ha una ricaduta diretta sugli esiti del paziente e sulla  mortalità; lo staffing ha influenza “anche” sugli esiti della formazione”. 

 

LE SLIDE DI LOREDANA SASSO

 
Paola Ferri, ricercatore e presidente CLI Università Modena Reggio (sede di Modena) ha descritto l’andamento dell’offerta formativa per le scienze infermieristiche.  Nonostante le difficoltà in ambito lavorativo, quest’anno si registra una ripresa occupazionale che passa dal 65% stabile degli ultimi 2 anni all’attuale 67%. Per il fabbisogno, la stima dalle Regioni pari a 15.408 posti è inferiore del -7,9% rispetto ai 16.725 dello scorso anno. Ancora maggiore, pari al -20% è la differenza rispetto ai 19.285 proposti dalla Federazione IPASVI. A determinare comunque l’offerta formativa è solo l’Università che negli ultimi 6 anni, si è attestata sulla media di 15.700 posti all’anno e di 14.224 sulla media di 16 anni dal 2001 al 2016.
 
Ferri ha poi illustrato i risultati di un’indagine sul tutorato, svolta allo scopo di esplorare le caratteristiche delle figure tutoriali coinvolte nella formazione degli studenti dei Corsi di laurea in Infermieristica (ruoli, funzioni, competenze e aree di responsabilità).
 
Le Funzioni e aree di responsabilità prevalenti del Tutor universitario e della Guida di Tirocinio sono state per quanto riguarda il tutor di tirocinio la progettazione delle esperienze cliniche, supervisione indiretta, creazione e mantenimento dei rapporti con le sedi di tirocinio, supervisione diretta e modelling, valutazione certificativa, didattica e laboratori, consulenza e sviluppo capacità guida di tirocinio. Per quanto riguarda la guida di tirocinio invece, supervisione diretta e modelling, creazione delle condizioni di apprendimento, garanzia di sicurezza allo studente e al paziente, valutazione formativa e talvolta certificativa, didattica di laboratorio.
 
La variabilità può essere influenzata da: regolamentazione vigente (protocollo d’intesa Università-Regione, legge  regionale, regolamento didattico del CdS); partnership tra 2 “Sistemi complessi” Università e Servizi Sanitari; risorse tutoriali disponibili; filosofia dell’apprendimento clinico di riferimento; supporto economico e forme di incentivazione.
Ferri ha presentato anche i risultati di un’indagine sul ruolo del Coordinatore/Direttore, svolta allo scopo di esplorare il ruolo del Coordinatore (denominazione, caratteristiche, funzioni, livello di autonomia e aree di responsabilità).
Il Coordinatore/Direttore gestisce e presidia le seguenti funzioni, frequentemente in collaborazione con i Tutor: attività di riesame; organizzazione e coordinamento esami finali di tirocinio, esami di Stato; attività o progetti integrati con le aziende; progetti di tirocinio; supervisione sulla qualità del tutorato; formazione e aggiornamento dei tutor e delle guide di tirocinio; supervisione su coerenza dei programmi e valutazioni.
 
Le attività nelle quali ha un minor coinvolgimento e dove invece sono parte attiva il personale amministrativo e i tutor sono: l’elaborazione dei calendari; le date delle sessioni degli esami e le attività relative alla sicurezza.
 
In conclusione, Ferri ha evidenziato come punti di forza la disponibilità di linee di indirizzo per i CdS: principi e standard per il tirocinio; esame finale; contenuti core dei programmi di Infermieristica. Poi il ruolo dei Coordinatori/Direttori e dei tutor, la stabilità del sistema formativo e la revisione piani degli studi: D.I. 19 feb. 2009.
Per quanto riguarda le vie da seguire, Importanza e necessità di presidiare la qualità dei corsi di studio nella logica dell’accreditamento periodico e il costante coinvolgimento degli stakeholders nella definizione dell’offerta formativa e della valutazione dell’efficacia, sottolineando anche la necessità di Linee di indirizzo per i protocolli d’intesa Università/Regione.
 
 LE SLIDE DI PAOLA FERRI
 
Luisa Saiani, professore ordinario di Scienze Infermieristiche Università degli studi di Verona, ha subito sottolineato l’importanza di una strategia formativa concordata con i diversi livelli istituzionali coinvolti e la necessità di calibrare bene i corsi di studio sulle possibilità/capacità degli studenti che per l’intensità e la difficoltà dei corsi da seguire hanno poco tempo per studiare e affrontano tirocini sempre più faticosi.
 
La revisione del numero di anni dell’attuale laurea triennale potrebbe essere una soluzione, anche solamente prevedendo un periodo di sei mesi più lungo.
 
Saiani ha poi evidenziato le necessità raccolte sul campo nell’attività di insegnamento e ha evidenziato come una richiesta di molti studenti è quella di avere un collega più esperto accanto come guida per inquadrare al meglio la propria attività. Questo perché le competenze avanzate degli infermieri dovrebbero esserlo soprattutto e secondo la Ue, dal punto di vista clinico. 
 
Saiani nel suo intervento ha sostanzialmente affrontato tre problematiche laurea di base triennale o quadriennale; formazione specialistica post base da quali bisogni delle organizzazioni e degli infermieri nasce; laurea magistrale per una infermieristica più colta o per «specializzare».
 
Nei “pro” per una eventuale maggiore durata della formazione abilitante, Saiani ha descritto più tempo studio; aumentare tirocini al 3°-4° anno; esperienze transizione a contesti nuovi; spinte di altre professioni. Tra i contro, invece, la sostenibilità per studenti e famiglie; il rischio di allontanamento «dal letto del malato»; la spinte al scivolamento di attività assistenziali agli OSS; la sostenibilità costi .
 
Per quanto riguarda i bisogni di competenza specialistica percepiti dagli infermieri, al primo posto di un’indagine illustrata da Saiani, con il 62% di risposte positive c’è il clinical  assessment di casi complessi, valutare cioè segni e sintomi di un peggioramento e Interpretare parametri clinici.
Gli stessi infermieri che hanno dato la valutazione si attendono da un collega «specialista»
competenze: cliniche: molto esperto nella gestione di pazienti e presidi complessi («occhio clinico- capacità sorveglianza»); organizzative , guidare i colleghi, pianificare le attività e le risorse, conoscere percorsi e protocolli di integrazione tra servizi; essere leader , organizzare momenti di briefing e debriefing ad inizio turno, appianare i conflitti, fornire feedback; identificare bisogni formativi, trasferire  evidenze scientifiche, organizzare corsi, motivare al miglioramento dell’assistenza ; offrire consulenza ai colleghi.
 
Attese, ha sottolineato Saiani, che corrispondono con quelle previste nei documenti europei in cui sono indicate: pratica clinica; ricerca; formazione; leadership; collaborazione; consulenza.
A confermare la ricerca di conoscenze cliniche, Saiani ha illustrato un’Analisi dell’offerta formativa post laurea in Italia aa 2015/16, rilevata in 96 università di cui 10 telematiche, 41 di queste hanno attivato CLI Infermieristica e 7 delle 10 università telematiche offrono master o perfezionamenti per infermieri. I master clinici sono 123 a cu si affiancano 15 corsi di perfezionamento. Il tutto su 16 argomenti che vanno dall’Area critica (22 master e 2 corsi di perfezionamento) fino alla Breast nurse (2 master). Nell’area organizzativo manageriale i master sono 40 (e 3 corsi), per di più (34) centrati su quelli di Coordinamento e nelle aree metodologiche sono invece 24 (e 13 corsi) con una netta prevalenza (10) per quelli di Infermieristica Forense-Bioetica .
 

LE SLIDE DI LUISA SAIANI

 
Alla giornata è stato poi illustrata la proposta della Federazione nazionale IPASVI per la formazione infermieristica (VEDI), presentata da Beatrice Mazzoleni, segretaria della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi che ha ripercorso le tappe dell’evoluzione delle competenze infermieristiche, Annalisa Silvestro, senatrice e componente del Comitato centrale della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi che ha spiegato le ragioni e gli obiettivi della proposta  e da Rosaria Alvaro, Professore associato di Scienze infermieristiche Università degli studi “Tor Vergata” di Roma, la proposta della Federazione nazionale Ipasvi per la formazione infermieristica, entrata nel merito della proposta.
 
Gli obiettivi sono quelli di elaborare una proposta che definisca la prospettiva della FNC per quanto attiene la tematica “evoluzione delle competenze” indicando tipologia funzionale, percorso formativo e agibilità nell’organizzazione dell’infermiere: con competenze cliniche perfezionate; con competenze cliniche esperte; con competenze cliniche specialistiche.
 
Il tutto partendo dalla   formazione in ambito universitario, dalle richieste del sistema sanitario e socio sanitario e dalla spendibilità delle diverse tipologie di competenze infermieristiche nel mercato del lavoro.
I livelli formativi (non gerarchici) corrispondono: a un approfondimento delle competenze sull’asse della clinica: a un’espansione delle competenze sull’asse della gestione 
 
Nel modello proposto sull’asse della clinica: c’è la linea della “produzione” di servizi e del governo dei processi assistenziali; si posizionano le competenze/responsabilità agite dagli infermieri nei confronti dell’utenza; l’acquisizione del titolo di infermiere specialista non determina un distanziamento dall’assistenza diretta. Sull’asse della gestione: la linea del governo dei processi organizzativi e delle risorse; agiscono sul contesto organizzativo; si posizionano le competenze agite dagli infermieri in rapporto alla gestione delle risorse; facilitano/garantiscono l'efficacia e l'appropriatezza dei servizi e risultati di qualità all’utenza.
 
Nella definizioni si è partiti dalle funzioni definite dal profilo professionale DM 739/94. Cioè  l’infermiere  specialista utilizza le conoscenze ed abilità avanzate acquisite nell’area di specializzazione scelta, attraverso percorsi formativi che si possono declinare: in ambito universitario quando ineriscono competenze relazionali, comportamentali,  modelli cognitivi e i quadri concettuali e metodologici sottesi all’intera area di esercizio professionale specialistico; nell’ambito regionale/aziendale, quando intendono mantenere, aggiornare o implementare delle specifiche competenze o abilità tecnico operative caratteristiche di una specifica area.
 
Le competenze rappresentano l’evoluzione “specialistica” (legge 43/06 art.6 comma 1, lettera a) delle competenze dell’infermiere “generalista” (DM 739/94) e sono comprensive dell’espressione di capacita e abilità operative.
Le competenze specialistiche trovano, il loro costrutto nella disciplina infermieristica, nelle norme deontologiche, nei percorsi formativi e nel quadro normativo che connota la figura dell’infermiere e ne delinea l’ambito di esercizio professionale e di diretta assunzione di responsabilità.
 
Lo sviluppo delle aree di specializzazione individuate (cure primarie, servizi territoriali/distrettuali,  intensiva ed Emergenza – Urgenza , chirurgica, medica, neonatologica e pediatrica , salute mentale e dipendenze , gestionale ) fa riferimento al modello Tuning Nursing Educational (Tuning Education Nursing 2005), contestualizzato al quadro di riferimento normativo italiano in linea con quanto definito dalla comunità europea e alle politiche di indirizzo stabilite nel Processo di Bologna.
 
LE SLIDE DI BEATRICE MAZZOLENI, ANNALISA SILVESTRO, ROSARIA ALVARO
 

IL VIDEO INTEGRALE DEI LAVORI DELLA MATTINA DELLA CONFERENZA NAZIONALE SULLA FORMAZIONE

 
Nel corso della tavola rotonda "Pensieri e posizioni: confronto con le istituzioni", che ha contrassegnato la sessione pomeridiana, ci si è concentrati innanzitutto sull'omogeneità dell'applicazione delle norme che regolano il percorso formativo di tutte le professioni sanitarie.
 
Laurea triennale abilitante di base, master di primo o secondo livello, laurea specialistica, dottorato: quale la formula giusta per assicurare una piena corrispondenza tra profilo professionale e curriculum accademico dell'infermiere così come di altre preziose figure del nostro Sistema sanitario nazionale?
 
I ministeri coinvolti in questo delicato processo – quello della Salute e quello dell'Università – hanno entrambi partecipato al dibattito.
 
Luisa Antonella De Paola, dirigente del Miur, ha auspicato una formazione di base universitaria che vada sempre più in profondità, investendo senza remore su ambiti specifici, lasciando al settore dei master specialistici più margini per innovare e sperimentare realmente rispetto alle esigenze del mercato, così come della ricerca. “Se attualmente non poniamo troppi paletti lo facciamo per non ingabbiare in alcun modo la autonomia didattica degli atenei – ha spiegato –. Se poi esistono dei master che possono apparire bizzarri nelle loro formulazioni essi sono comunque il frutto di tale libertà e al limite il loro insuccesso sarà determinato dal basso numero di iscrizioni”. De Paola ha quindi lodato l'attuale valore della laurea triennale in Scienze infermieristiche, una delle poche, a suo giudizio, a favorire una pronta immissione (entro i tre anni) nel mondo del lavoro da parte dei laureati. Non ha escluso però la possibilità di allungare di un semestre questo percorso di base abilitante. “Ma tutto avverrà sempre in un clima di massima concertazione e trasparenza”, ha assicurato.
 
Cristina Rinaldi, direttore dell'ufficio di disciplina delle Professioni sanitarie al ministero della Salute, ha sottolineato il carattere unico del percorso formativo comune ai professionisti sanitari. Accento posto, quindi, sulla possibilità di uniformare il più possibile il percorso abilitante di base italiano a quello presente negli altri Paesi, specie dell'Unione Europea.
“Siamo preparatissimi e competitivi già con la nostra triennale, sia chiaro – ha puntualizzato – ma se ci sarà bisogno di fare una riflessione in più sul prolungamento degli studi di base non ci tireremo certo indietro, privilegiando comunque sempre l'ottimo rapporto che intratteniamo con Ipasvi e con un occhio sempre più attento ai reali sbocchi occupazionali previsti”.
Novità in vista anche sulla consueta prova pratica prevista al termine del percorso accademico. Introdotta infatti la possibilità di sostenerla anche in forma scritta, mediante domande a risposta multipla (data una situazione iniziale su cui intervenire, il candidato deve essere in grado di indicare le azioni giuste da compiere tra quelle presentate come possibili soluzioni al caso; oppure data una situazione iniziale, il candidato deve essere in grado di mettere nel giusto ordine cronologico le operazioni da eseguire).
Semaforo rosso, invece, per i master troppo “creativi”, ovvero scarsamente aderenti a reali profili professionali presenti nel Sistema sanitario. Rinaldi ha lasciato intendere che il ministero opererà una stretta per meglio disciplinare il settore.
 
Lo sguardo al futuro della professione è stato riassunto dalla professoressa Anne Destrebecq, della Commissione nazionale corsi di laurea in Infermieristica. È stata ribadita l'importanza dei protocolli e delle linee guida emanati a livello centrale e non rispettati in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, con particolari criticità nel Sud Italia. Gli standard del tirocinio hanno costituito un primo importante esempio calzante rappresentato da Destrebecq. È stato rivendicata l'introduzione dello strumento unico di valutazione dei tirocini, ma anche in questo caso il problema è rappresentato dall'applicazione omogenea.
 
Se si vogliono avere competenze avanzate per gli infermieri, ha aggiunto Rosaria Alvaro, professore associato di Scienze Infermieristiche Università degli studi “Tor Vergata” di Roma, è necessario certificarle, tabellare i percorsi. La formazione 3+2 nelle professioni sanitarie, ha aggiunto, non è come negli altri corsi di laurea, ma davvero immediatamente professionalizzante. Per questo serve un tavolo Miur-docenti che sia specifico per questo settore, e in particolare per gli infermieri e le loro esigenze di ulteriori competenze, perché l’Osservatorio funziona, è vero, ma è generale per tutte le professioni, meno tecnico e quindi non può entrare nell’architettura e nelle esigenze specifiche degli studenti in infermieristica che con il numero di ore previste e il tipo di tirocinio che svolgono spesso rischiano di non farcela, così come i loro tutor, sempre in carenza di organico. 
 
Tante le suggestioni lanciate: progress test uguale per tutti, divieto di provare ab libitum l'ingresso a una stessa facoltà e così via.
 
Conclusioni affidate alla presidente nazionale Ipasvi Barbara Mangiacavalli che ha chiesto un tavolo permanente con i ministeri sulle politiche della formazione infermieristica, in quanto gli infermieri rappresentano la componente maggioritaria tra le professioni sanitarie. 
 
“I nostri studenti sono esposti a un'offerta formativa troppo variegata e a tratti confusa, nel senso che risulta poco trasparente e regolamentata, tra corsi on line, accademie svizzere, master che poi si rivelano poco utili. Si rende necessario un osservatorio, con Ipasvi protagonista, anche per evitare di formare professionisti troppo orientati al solo lavoro in ospedale, che non prendono in considerazione la medicina d'iniziativa sul territorio, abbiamo ancora pochi liberi professionisti. È evidente, dunque, che il sistema va innovato, certi dell'alto livello dell'attuale formazione fornita ai nostri infermieri, come dimostra l'alta attrattività dei professionisti italiani in Paesi leader dell'Unione Europea come la Germania e la Gran Bretagna. Ma gli spazi per la professione devono e possono essere qui in Italia”.
 

IL VIDEO INTEGRALE DELLA TAVOLA ROTONDA DEL POMERIGGIO DELLA CONFERENZA NAZIONALE SULLA FORMAZIONE

 
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IX CONFERENZA  DELLE POLITICHE DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA
Bologna 
21 aprile 2017

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