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Ferite da taglienti e pungenti: nasce il primo Osservatorio sulla sicurezza degli operatori sanitari

Ferite da taglienti e pungenti: nasce il primo Osservatorio sulla sicurezza degli operatori sanitari

05/10/2017 - Gli infermieri sono la categoria maggiormente esposta al rischio anche perché rappresentano i 2/3 del totale degli operatori. Recenti dati hanno messo in evidenza che questo tipo di ferite coinvolge proprio questi professionisti tra il 51% e il 58% dei casi, e infatti la maggioranza dei casi di infezione occupazionale osservati si sono verificati in infermieri

Le esposizioni occupazionali percutanee rappresentano circa il 75% della totalità delle esposizioni a rischio biologico riportate in particolare dagli infermieri, la categoria professionale in assoluto più esposta in ambito ospedaliero. Si tratta di un fenomeno che registra ogni anno in Italia circa 100.000 incidenti (di cui il 35-50% non viene dichiarato) e 1.200.000 in Europa .

In assenza di interventi preventivi tecnologici o terapeutici, secondo l'Oms nel mondo ogni anno si verificano oltre 3.000.000 di incidenti causati da strumenti pungenti o taglienti contaminati con HIV o virus dell’epatite B e C; questi causano il 37% delle epatiti B (pari a circa 66.000 casi), il 39% delle epatiti C (pari circa a 16.000 casi) e il 4,4% delle infezioni da HIV (pari circa a 1.000 casi) contratte dagli operatori sanitari, cioè almeno 83.000 infezioni ogni anno direttamente riconducibili ad un’esposizione professionale, di tipo percutaneo, a materiali biologici infetti. 

Sono questi i temi più importanti affrontati oggi in occasione del 6° Summit organizzato dall’European Biosafety Network con il supporto incondizionato di Becton Dickinson. I referenti delle istituzioni europee e italiane, nonché delle associazioni professionali della sanità - il patrocinio per gli infermieri è stato quello della Cnai, Consociazione nazionale delle associazioni infermiere/i, rappresentata dalla presidente Ceciclia Sironi e della Federazione Ipasvi, per la quale all'incontro era presente Franco Vallicella - , si confrontano per fare il punto sulle procedure di sicurezza all’interno degli ospedali italiani e per individuare le possibili azioni da intraprendere per garantire la sicurezza a tutti gli operatori sanitari.

"Il primo risultato dei nostri incontri per l'organizzazione del Biosafety summit - ha detto Cecilia Sironi nel suo saluto introduttivo -  non è il fatto di avere qui ospiti da diversi Paesi Ue e, naturalmente, dall'Italia. Il primo risultato è quello di affrontare questo tema all'ordine del giorno, di parlare e, naturalmente, di condividere dati, esperienze e buone pratiche di diversi paesi dell'Ue. Gli infermieri sono il principale gruppo di operatori sanitari quotidianamente a rischio. Con l'aumento dell'età del personale infermieristico, il problema della salute diventa sempre più importante. È l'esperienza di tutti che l'attenzione, l'accuratezza, la prontezza, la forza fisica, la resistenza non sono le stesse in età diverse, non sono le stesse alle sette del mattino (o all'inizio di un turno) e alle 9.00. o alle ore 14:00. Molti sono i rischi che affrontiamo quotidianamente. I sistemi sanitari non sono il posto più sicuro per i lavoratori, per non parlare quando gli agenti di rischio non sono visibili e sto pensando alle sostanze cancerogene e ai medicinali, anche sperimentali e agli agenti chimici".

"Nel nostro Dna - ha proseguito Sironi - c'è un forte impulso verso la cura delle altre persone, tendiamo a mettere sempre i pazienti avanti a tutto, anche quando questo significa negare a noi stessi il bisogno di riposo o di una pausa. Ma siamo anche i peggiori pazienti perché non ascoltiamo il nostro corpo, non prestiamo attenzione ad alcuni segni, andiamo avanti anche se la fatica cresce. Tuttavia, molto può essere fatto, partendo dall'ambiente, dal posto di lavoro, dalle forniture sanitarie che abbiamo a disposizione. Ma anche sul numero di personale disponibile per numero di pazienti. Possiamo lavorare in modo più sicuro. È ovvio che avere personale che opera in sicurezza significa avere abbastanza infermieri per lavorare correttamente e in modo sicuro, perché l'equazione è più infermieri,  meno errori e pericoli".

"L'Italia ha una eccellente legislazione sulla sicurezza del lavoro, tuttavia per quanto attiene l'adozione  dei dispositivi di sicurezza, che dovrebbero andare a sostituire gli strumenti che l'operatore usa quotidianamente per svolgere il suo lavoro e che lo mettono a rischio di infezioni, molto deve essere ancora fatto. – dichiara Gabriella De Carli, infettivologa dello Studio Italiano Rischio Occupazionale da HIV presso l’ Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” (IRCCS) – Anche i più recenti dati disponibili evidenziano infatti ancora una disomogeneità di utilizzo a livello italiano. C’è sicuramente una maggiore attenzione al problema, ma molto resta da fare. Abbiamo evidenziato come, implementando tutti gli interventi preventivi previsti che includono l’adozione di aghi e dispositivi di sicurezza, si possa ridurre drasticamente il fenomeno infortunistico come è già stato dimostrato negli ospedali del gruppo SIROH, e in alcuni paesi europei e extra europei: serve ora un’azione coordinata".

Secondo i dati del ministero della Salute relativi agli acquisti nel settore pubblico la percentuale di conversione da dispositivi convenzionali a dispositivi di sicurezza è pari a poco più della metà relativamente ai soli dispositivi per accesso venoso periferico (gli aghi cannula), i più pericolosi poiché raccolgono e trattengono sangue, primo veicolo di infezione se l'operatore si punge, e decisamente inferiore per gli altri dispositivi più comuni (come dispositivi per prelievo, aghi, siringhe con ago, etc.). Si evidenzia quindi un processo che si sta avviando, ma indubbiamente ancora da completare.

“L’infermiere, seguendo il paziente 24 ore su 24, è colui che ha più degli altri a che fare con taglienti e pungenti come gli aghi per le flebo, per la terapia iniettiva e per i prelievi, bisturi, forbici e quanto altro per il cambio delle medicazioni, e purtroppo è ancora elevato il numero di infortuni a rischio biologico derivante da queste ferite: il 63% degli incidenti coinvolgono aghi cavi, la metà dei quali pieni di sangue, il 19% aghi pieni, il 7% bisturi. Circa il 75% delle esposizioni si verifica quindi in relazione a procedure per le quali sono in larga misura disponibili dispositivi intrinsecamente sicuri. – specifica Franco Vallicella, componente del Comitato centrale della Federazione Nazionale Ipasvi –. Possiamo affermare che gli infermieri sono la categoria maggiormente esposta al rischio anche perché rappresentano i 2/3 del totale degli operatori. Recenti dati hanno messo in evidenza che questo tipo di ferite coinvolge proprio questi professionisti tra il 51% e il 58% dei casi, e infatti la maggioranza dei casi di infezione occupazionale osservati si sono verificati in infermieri."

In occasione del Summit, sono stati presentati per la prima volta i risultati dell’Osservatorio Italiano 2017 sulla Sicurezza di Taglienti e Pungenti per gli operatori sanitari, una ricerca realizzata da GfK Italia che vede coinvolti 70 ospedali pubblici, 150 infermieri, 70 Direttori Sanitari, 70 responsabili dei Servizi di Prevenzione e Protezione (RSPP), 15 responsabili di Servizio Infermieristico Tecnico e Riabilitativo Aziendale (SITRA) o Direzione Infermieristica Tecnica Riabilitativa Aziendale (DITRA) per capire e analizzare sul campo il comportamento degli operatori.

Per quanto riguarda la manipolazione di aghi e taglienti i dati emersi dall’Osservatorio evidenziano alcune criticità: due infermieri su tre ammettono di mettere in pratica almeno un comportamento che li mette a rischio di incidenti per puntura o taglio (66%); un terzo degli infermieri (32%) reincappuccia gli aghi usati, manovra esplicitamente proibita dal 1990 e ulteriormente ribadita nella nuova legislazione. Anche lo smaltimento dei dispositivi contaminati nel 40% dei casi avviene in contenitori impropri, generando anche per il personale non sanitario, come ad esempio gli addetti alle pulizie, il rischio di pungersi.

Oggi la necessità da parte degli ospedali di contenere la spesa mette spesso la struttura a rischio di dover sostenere un domani costi ben più elevati per la gestione degli incidenti professionali. Solo per fare un esempio, infatti, il costo di routine per un evento di esposizione percutanea, una puntura d'ago per intenderci, che mette l'operatore a rischio di contrarre un'infezione da HIV, HCV, HBV è di oltre 850 euro (in questa cifra sono inclusi i costi di reporting, test sierologici per identificare la presenza del virus, e la profilassi post esposizione, per i casi considerati a rischio) , senza contare l’impatto sulla vita personale e di relazione che il rischio di aver contratto un’infezione da virus determina nell’operatore, che può aver bisogno di un supporto psicologico, e nei suoi familiari.

"Con l’adozione di opportuni piani di prevenzione, formazione e introduzione dei dispositivi sicuri, si potrebbero evitare fino a 53.000 incidenti a rischio biologico, 550.000 ore lavorative perse e 16.000 giornate di malattia. – conclude De Carli – Per dare un ordine di grandezza, ogni anno in Italia vengono spesi almeno 36 milioni di euro per far fronte alle conseguenze delle ferite accidentali da aghi cavi, cifra che potenzialmente potrebbe aumentare considerando che la metà degli incidenti non viene denunciata dagli operatori, il più delle volte per sottovalutazione del rischio o per modalità di notifica troppo complesse."

"Ferma restando - ha commentato la presidente Ipasvi Barbara Mangiacavalli - la necessità di un’opportuna e approfondita formazione dei professionisti, la direttiva Ue del 2010 recepita nel Dlgs 19 del 2014 prescrive di eliminare l’uso superfluo di oggetti taglienti/appuntiti modificando le pratiche utilizzate e sulla base dei risultati della valutazione dei rischi; specificare e attuare metodi sicuri per l’uso e lo smaltimento di strumenti medici appuntiti e rifiuti contaminati. Questi metodi devono essere sottoposti a una rivalutazione continua e faranno parte integrante delle misure per l’informazione e la formazione dei lavoratori. inoltre è necessario usare dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza e utilizzare equipaggiamento di protezione personale (guanti, mascherine, camici...) anche al momento dell’emergenza. Ma al di là dei comportamenti del professionista, spesso costretto ad agire in urgenza, la messa a disposizione, da parte dei datori di lavoro, di dispositivi ad ago e contenitori di oggetti taglienti/appuntiti più sicuri è fondamentale: numerosi studi mostrano che una combinazione di formazione, pratiche di lavoro più sicure e l’uso di dispositivi medici dotati di meccanismi di protezione contro oggetti taglienti/appuntiti (dispositivi di sicurezza) può prevenire la maggioranza delle lesioni da puntura di ago e delle ferite da taglio o da punta". 

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